La grande crisi dimenticata del Congo

Villaggi bruciati, donne violentate, omicidi di massa. Cinque milioni di sfollati tra cui moltissimi bambini. Eppure i grandi media non ne parlano

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Articolo tratto dall’Osservatore romano – Sono quasi 26.000 i bambini che dal primo gennaio scorso sono stati costretti — spesso da soli — a raggiungere l’Uganda per fuggire dalla Repubblica Democratica del Congo: più di 500 al giorno. A seguito dell’escalation delle violenze dei gruppi armati interni che hanno bruciato villaggi, violentato le donne e perpetrato omicidi di massa, il flusso degli arrivi in Uganda nelle scorse settimane ha raggiunto picchi di 3000 persone al giorno.
L’allarme è stato lanciato da diverse ong. Dall’inizio dell’anno circa cinque milioni di congolesi sono stati costretti a sfollare, anche all’interno del loro paese, a causa delle violenze. Si tratta di una delle maggiori emergenze internazionali nel panorama attuale, ma è quasi del tutto ignorata dai media.

La maggior parte dei rifugiati giunti in Uganda, circa 27.000 persone, sono fuggiti dalla regione Ituri attraversando il lago Albert su barche o canoe. Più di 15.000 sono arrivati invece dal Nord Kivu attraverso il confine sudoccidentale del paese. Secondo alcune fonti, il flusso si è recentemente ridotto perché i gruppi armati impediscono anche la fuga della popolazione. Le testimonianze raccolte sono drammatiche. Mwavita, una madre di 26 anni, è fuggita per salvare i propri bambini. «Hanno bruciato la mia casa e ucciso mio marito, sono scappata a piedi con i miei bambini, abbiamo camminato per tre giorni per arrivare in Uganda. I miei bambini chiedevano in continuazione “dove ci stai portando?” e io rispondevo che il loro papà era stato ucciso e avrebbero potuto uccidere anche noi, e loro di nuovo “chi si occuperà di noi?”. Spero che qui i miei bambini abbiano la possibilità di tornare a scuola perché non possiamo più tornare indietro, senza pace non possiamo tornare a casa».

Tra i bambini arrivati in Uganda quelli maggiormente a rischio sono i minori non accompagnati, 355 quelli identificati finora dalle organizzazioni presenti sul posto.
Francine, una mamma ugandese che ha 41 anni e 5 figli, ha preso in affido 14 bambini tra i rifugiati a Rwamwanja. L’organizzazione Save the Children l’ha aiutata a inserire alcuni di questi bambini a scuola fornendole scarpe, vestiti, sapone, libri e penne. «Mi occupo di questi bambini perché sono diventati la mia famiglia, nessun altro si può occupare di loro. I loro genitori sono morti, ci sono solo io, non posso rinunciare a occuparmi di loro. Spero che possano finire la scuola, avere una buona vita e che in futuro possano essere in grado di occuparsi di loro stessi».
Il nostro staff — ha dichiarato Filippo Ungaro, Direttore Comunicazione di Save the Children Italia appena rientrato da una missione in Uganda — «sta facendo ogni sforzo per aiutare questi bambini che per attraversare il confine affrontano gravi rischi, come quelli che sono naufragati per il ribaltamento delle canoe cariche a dismisura, e che hanno assistito a violenze che nessun bambino dovrebbe mai conoscere. Abbiamo bisogno di più risorse per fornire il supporto adeguato di cui necessitano».
La crisi congolese fa paura a molti analisti. «La crescente instabilità politica e la gigantesca crisi umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo nel 2018 daranno origine a una mega-crisi nel continente africano» afferma Ulrika Blom, direttrice del Consiglio norvegese per i rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, che nella prima decade di dicembre ha lanciato l’allarme sulla deriva della crisi politica e umanitaria, che sta minando la regione dei Grandi Laghi.
L’ondata di violenze — dovuta soprattutto alle rivalità tra bande locali per la gestione delle risorse — è alimentata dall’instabilità politica dovuta alla contestata decisione del presidente Josef Kabila, in carica dal 2001, di ricandidarsi per un nuovo mandato contro il dettame della Costituzione.
Foto Ansa

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