La frase razzista di Lilian Thuram contro «la cultura bianca»

L’ex calciatore e ambasciatore francese parla del razzismo nel calcio finendo per incappare in quel che denuncia

Come dice la saggezza orientale, si diventa ciò che si odia, e Lilian Thuram, prestigioso ex nazionale francese di calcio e difensore del Parma e della Juventus, non è sfuggito alla regola: dopo essersi battuto tutta la vita contro il razzismo, ne ha infine abbracciato la causa. Per rendersene conto basta leggere le sue dichiarazioni al Corriere dello Sport del 4 settembre scorso sull’affare Lukaku, il giocatore belga di colore dell’Inter fischiato dalla tifoseria locale durante il match Cagliari-Inter. Sul caso la Procura federale aveva aperto un’inchiesta poi arricchita da un supplemento d’inchiesta perché gli ululati dei tifosi cagliaritani contro il calciatore interista che si apprestava a tirare un calcio di rigore erano stati denunciati come discriminatori e razzisti. La Procura ha deciso diversamente, e ha stabilito che si trattava di “semplice” fischi e urla volti a deconcentrare l’avversario: nessuna punizione è stata comminata al Cagliari.

Sulla vicenda Thuram ha dichiarato quanto segue:

«Quando si parla del razzismo bisogna avere la consapevolezza che non è razzista il mondo del calcio, ma che c’è razzismo nella cultura italiana, francese, europea e più in generale nella cultura bianca. I bianchi hanno deciso che sono superiori ai neri e che con loro possono fare di tutto. È una cosa che va avanti da secoli purtroppo. E cambiare una cultura non è facile». 

Cosa è il razzismo

Dunque la cultura bianca è razzista. Ma non sarà invece che il razzista è Lilian Thuram? Il razzismo infatti consiste proprio in questo: nell’attribuire qualità morali, virtuose o viziose, a un intero gruppo umano definito da caratteristiche fisiche, da una collocazione geografica o da un più generale vincolo culturale. Se dico che gli africani e i discendenti degli africani nel confronto coi bianchi caucasici sono dei corridori eccezionali ma sono scarsi come nuotatori, la mia affermazione non ha nulla di razzistico: non sto analizzando qualità morali, ma prerogative legate alla morfologia di tipi umani differenti. Se invece dico che i neri sono pigri e i bianchi sono operosi, la mia affermazione è razzista: allargo indebitamente a intere categorie di esseri umani l’attribuzione di qualità morali di cui io posso aver fatto esperienza solo nel rapporto con singoli individui dei due gruppi che identifico, e non con le intere collettività. L’affermazione di Thuram «la cultura bianca è razzista» è un’affermazione razzista, perché attribuisce a tutti i bianchi senza eccezione la superbia di considerarsi superiori alle persone che bianche non sono. Cultura è ciò che un dato gruppo umano ha in comune al di là degli aspetti biologici: lingua, usi e costumi, istituzioni, memoria, ecc. Se dico che la cultura bianca è razzista, sto dicendo che ogni singolo bianco è razzista. E sto facendo un’affermazione palesemente razzista.

Cultura bianca

In realtà una mentalità razzista altro non è che un particolare rivestimento sociale di quel vizio capitale che è la superbia. Che come tutti i vizi può essere sorpreso presso tutti gli esseri umani di questo mondo, indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Il razzismo può diventare una caratteristica strutturale di una cultura solo in un caso: quando il pregiudizio razziale informa le leggi del paese. Possiamo parlare di razzismo della cultura locale quando ci riferiamo al Sudafrica dell’apartheid o alle legislazioni discriminatorie degli stati del Sud degli Usa nei confronti degli afro-americani fino al movimento dei diritti civili negli anni Sessanta. Al di fuori di ciò, si può dire che ci sono fenomeni di razzismo in tutte le culture umane, ma non che ci siano delle culture razziste e altre che non lo sono. Che è esattamente la conclusione implicita nel discorso di Thuram, a partire dall’identificazione che lui opera fra cultura europea e cultura bianca: alla cultura europea razzializzata corrisponde logicamente una cultura nera altrettanto razzializzata, migliore della prima perché non afflitta dal pregiudizio razzista.

Un uomo dell’establishment

Una delle caratteristiche di un certo tipo di movimenti antirazzisti in Francia è esattamente la negazione che possa esistere qualcosa come il “razzismo anti-bianco”. Si tratta di un negazionismo che accomuna forze anti-sistema come il Movimento degli Indigeni della Repubblica a esponenti della politica ufficiale come Sihem Souid, socialista e incaricata di missione presso il ministero di Giustizia quando era ministro la compagna di partito Christiane Taubira. La Souid definì «commentatore da bar» Alain Finkielkraut, che aveva affermato l’esistenza del razzismo anti-bianchi in Francia. Anche Liliam Thuram fa parte dell’establishment e non di gruppi radicali: è stato ambasciatore dell’Unicef ed è un componente dell’Alto Consiglio per l’integrazione che opera presso l’ufficio del Primo Ministro, è uno dei fondatori dell’associazione civica Collettivo Roosevelt insieme a personaggi come Edgar Morin e Michel Rocard ed è membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto per le relazioni internazionali e strategiche. Eppure la sua azione come quella di Sihem Souid (agente di pubbliche relazioni del Qatar in Francia, fra le altre cose) e degli “Indigeni della Repubblica” contribuisce a disarticolare la comunità nazionale in entità comunitarie razziali in lotta fra loro per la maggiore influenza politica.

Quando attaccò la Manif

Il politologo Laurent Bauvet ha rimproverato a Thuram di «validare effettivamente tutto un discorso differenzialista ed essenzialista che si ascolta comunemente negli ambienti indigenisti e decolonialisti che si dichiarano rumorosamente antirazzisti». Il differenzialismo dice di combattere il razzismo ma non in nome degli attributi universali dell’umanità, bensì a partire da una differenza rivendicata che coincide con l’origine etnica. L’antirazzismo serve evidentemente ad altro che a combattere il pregiudizio razziale: serve alla lotta per il potere di un gruppo contro altri gruppi. Non è un caso che ai tempi della discussione in Francia sull’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso voluto dal presidente Hollande e dal suo ministro della Giustizia Christiane Taubira l’ex nazionale francese abbia preso le parti del progetto governativo, paragonando coloro che si opponevano (gli attivisti della Manif pour tous) ai razzisti contrari all’uguaglianza fra bianchi e neri. Un paragone davvero ignobile, considerando che gli oppositori del matrimonio omosessuale non erano certamente contrari ai matrimoni interrazziali fra uomini e donne. Un paragone che è un’altra prova del fatto che gli obiettivi di certi militanti antirazzisti hanno poco a che fare col razzismo.

Foto Ansa