La fondazione Maddalena Grassi compie 25 anni. «Affermiamo il “per sempre” della vita»

«Siamo partiti da una stanza in una parrocchia, oggi assistiamo 1.800 malati cronici a domicilio e ogni giorno entriamo in oltre 600 abitazioni». Alessandro Pirola racconta un’opera incredibile

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Centinaia di posti letto e migliaia di pazienti assistiti a domicilio, case per malati di Aids, malati in fase terminale, psichiatrici e in stato vegetativo. È lo sviluppo di una fondazione, la Maddalena Grassi, nata 25 anni fa da un gruppo di amici che «colti dalla provvidenza» diedero forma giuridica a un’attività caritativa svolta negli ospedali milanesi da alcuni operatori sanitari legati all’esperienza cristiana di Comunione e Liberazione. «Lo sguardo cristiano di amore e speranza da noi ricevuto valorizzava anche la nostra professionalità, fino a colpire Matilde Grassi, la zia di Maddalena, paziente malata di fibrosi cistica e morta a 18 anni: Matilde, che non era sposata, ci confessò il suo desiderio che quello sguardo su sua nipote diventasse opera per altri malati. E così fu», spiega a tempi.it Alessandro Pirola, uno dei fondatori e oggi direttore della fondazione.

Come vi siete sviluppati in questi anni?
Siamo partiti da una stanza in una parrocchia, che poi sono diventate due. Successivamente ci siamo trasferiti in un ufficio e oggi la fondazione è cresciuta in un modo che non avremmo immaginato. Assistiamo 1.800 malati cronici a domicilio e ogni giorno entriamo in oltre 600 abitazioni. Fra questi seguiamo 120 bambini colpiti da gravi malformazioni. Abbiamo in carico circa 100 malati oncologici in stadio avanzato, circa 60 affetti da malattie infettive e 50 da disturbi cronici. A Seveso abbiamo aperto la prima casa di malati di Aids, a Concorezzo ne abbiamo poi aperte altre due e ne gestiamo una terza in collaborazione con un altro ente, dato che in questi anni abbiamo scelto di collaborare con tutte le realtà desiderose di voler fare un pezzo di strada insieme. A Vigevano abbiamo invece tre comunità per malati psichiatrici e una struttura per malati in stato di minima coscienza o in stato vegetativo.

Qual è questo sguardo che spinse Matilde a volere quest’opera?
Premetto che incontrando la gente malata a domicilio ci siamo accorti che non era possibile curare tutti con la professionalità necessaria e che avevano bisogno di strutture più adeguate. Ma proprio per non tradire la nostra origine volevamo creare delle strutture che fossero case. Proprio allora, era il 1994, la provvidenza intervenne di nuovo tramite un gesto di carità di due coniugi di Seveso, gli Zarpellon: avevano preso in affido tantissimi bambini e, ormai anziani, ritirandosi in un appartamento, ci donarono la loro casa affinché continuasse a servire come luogo di accoglienza. Ora torno alla domanda: qual è questo sguardo? È quello che si riceve a casa, dove uno desidera tornare quando soffre, perché si sente voluto per sempre nonostante non possa fare nulla in termini di efficienza. Nella case che accolgono i malati di Aids, ad esempio, ci sono persone che hanno tagliato tutti i loro legami o che semplicemente provengono dal mondo della prostituzione e che ritrovano una dimensione familiare.

Ma cosa c’entra questo sguardo con l’esperienza cristiana?
Solo quando si sa che la vita non finisca qui, che c’è la resurrezione, si può guardare con vera speranza alla domanda che abbiamo tutti, ma che durante la malattia emerge con prepotenza: è la domanda, il desiderio che la vita non finisca. Solo chi ha speranza può non censurarla quando emerge nei malati, non scappare dal loro dolore e far sì che emerga anche la propria domanda senza paura. Questo lega paziente e operatore sanitario in un rapporto che salva. È una compagnia che afferma il “per sempre” della vita e che passa dalle persone che hai intorno, malati o colleghi. È così vero che tante persone con una fede cristiana messa in un angolo l’hanno poi ritrovata qui, che prostitute o transessuali raccattati in strada hanno ritrovato un senso per vivere e che molti malati si sono battezzati. L’ultimo battesimo è avvenuto a maggio nella casa di Seveso. A settembre sarà celebrata una cresima. Questo anche grazie alla presenza di un cappellano che da cinque anni celebra la Messa in ogni struttura, dove passa l’intera giornata e dove incontra malati e parenti.

libro-maddalena-grassiIn occasione del venticinquesimo anniversario presenterete una mostra al Meeting di Rimini. Di che si tratta?
Oltre alla mostra itinerante, presentata al Meeting di Rimini e che poi circolerà in altre sedi, presenteremo il libro intitolato La casa, la cura. Ti ho incontrato per sempre. L’ho scritto io e racconto nei dettagli la nostra storia. In allegato ad esso ci sarà un dvd di testimonianze e interviste ai nostri operatori e ai pazienti curato dal regista Paolo Lipari. La mostra invece è stata pensata da due grandi dell’architettura e della creatività come Maurizio Bellucci ed Erasmo Figini.

In questi 25 anni ricorda episodi emblematici che spieghino l’identità della Maddalena Grassi?
Quello che mi colpisce è la crescita umana e professionale degli operatori. Ho visto tanti di loro diventare dei professionisti capaci di grande creatività, tenacia e capacità di ripresa. Lo sguardo di speranza di cui parlavo, permette loro di non arrendersi e di non mollare quindi di non smettere di curare e di cercare i mezzi migliori per farlo. Oltre alla tenacia cresce la pazienza e quando si cade o si sbaglia si può ricominciare. Oggi siamo in 250 dipendenti e come ogni realtà abbiamo i nostri limiti e problemi ma vince il bene. Infatti, l’altra cosa che mi colpisce, lo ripeto, è pensare ai tanti volti dei malati che hanno ritrovato pace e letizia.

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