La differenza sessuale conta!

Le battaglie per i diritti delle donne e per la non discriminazione sono state dirottate al servizio dell’ideologia tecnicista dell’intercambiabilità

Per quel che conta, faccio i miei auguri al nuovo primo ministro finlandese Sanna Marin e al nuovo presidente della Corte costituzionale italiana Marta Cartabia in vista delle grandi responsabilità alle quali sono state chiamate, ma non sottoscrivo a scatola chiusa la loro asserita comune convinzione che anche agli alti livelli delle istituzioni «sesso ed età non contano più», o non dovrebbero contare più (secondo la neo-presidente della Corte costituzionale in Italia ancora contano).

Spero che sesso ed età continuino a contare nella vicenda umana. Le sacrosante battaglie per i diritti delle donne e per la non discriminazione degli esseri umani sulla base di razza, sesso, età, ecc. da tempo sono state dirottate al servizio dell’ideologia tecnicista dell’intercambiabilità degli esseri umani, l’ideologia che sottende il sistema tecnopolistico odierno, dove l’efficienza e la ricerca spasmodica del profitto hanno bisogno di disporre di soggetti interamente plasmabili e puramente funzionali perché li si possa sfruttare al massimo.

Le differenze non devono più contare non solo per il vecchio motivo che potrebbero rimandare alle aborrite gerarchie fra esseri umani, ma per due fondamentali motivi, uno pratico e uno filosofico, che appartengono entrambi alla medesima concezione dell’essere umano: il primo è che contrastano con la razionalità economica (aumentano i costi, creano problemi organizzativi, ecc.); il secondo è che contengono l’idea che le differenze abbiano un senso, che non siano solo ostacoli da spianare in vista della realizzazione individuale del singolo, ma rimandino a una natura da rispettare e realizzare. In questo caso: natura maschile e natura femminile. Uomini e donne avranno sempre due punti di vista diversi sul mondo. Alla differenza biologica corrisponde una differenza emotiva, psichica, relazionale, esperienziale, intellettuale, spirituale. L’essere umano è duale, né il maschio né la femmina possono pretendere di esaurire l’umano da soli.

Dunque la differenza sessuale conta! E questa differenza e dualità non può essere esorcizzata in termini rassicuranti attraverso il concetto di complementarietà, come un po’ sbrigativamente hanno cercato di fare in passato le tradizioni religiose (beccandosi l’accusa di confinare il sesso femminile a ruoli di subalterntà).

Aveva più ragione Jacques Lacan quando diceva che l’uomo e la donna sono troppo diversi per poter essere definiti complementari. Uomini e donne sono complementari, ma solo fino a un certo punto. Dobbiamo accettare il paradosso: qualunque ruolo sociale, relazionale, professionale, ecc. risulterà arricchito e impoverito nello stesso tempo a seconda che sia ricoperto da un uomo o da una donna. In un caso come nell’altro, avremo il di più che corrisponde alla specifica natura dell’uomo o della donna, e un di meno dovuto al fatto che l’uomo o la donna in questione non esauriscono in sé tutto l’umano.

Non posso e non voglio schematizzare rigidamente questi più e questi meno, che hanno certamente anche una componente culturale, perché le diversità di natura si strutturano diversamente nelle varie culture e nelle varie epoche. Ma certamente mi riterrò sempre più appagato nell’assistere a una partita di rugby giocata da giocatori maschi e a un’esibizione di nuoto sincronizzato realizzata da nuotatrici femmine, piuttosto che nell’assistere agli stessi eventi a sessi invertiti. Il fatto che ci sia qualcuno che auspica il contrario in nome della parità e dell’uguaglianza fra i sessi non lo considero un passo avanti verso la liberazione degli esseri umani, ma verso una sciagurata omologazione universale.

Il discorso fatto sopra vale a maggior ragione per l’età: palesemente non è vero che l’età non conta, essere vecchi non è come essere giovani, e viceversa. Il vecchio ha l’esperienza, ma non ha la forza. Il giovane ha la forza, ma non ha l’esperienza. Anche in questo caso la complementarietà dei ruoli aiuta solo fino a un certo punto: è senz’altro saggio allestire équipe comprendenti persone di tutte le età, per poter disporre del più ampio spettro di qualità insostituibili che le differenze generazionali comportano. Ma senza farsi illusioni: la questione del potere ultimo (chi comanda, alla fine?) e della ineliminabile diversità di esperienze comporterà sempre un grado significativo di conflitto.

Infine consiglio a tutti di conservare una dose di sano scetticismo di fronte al trionfalismo con cui i media celebrano l’ascesa sociale delle donne. Il sospetto che gli uomini permettano alle donne di accedere alle stanze del potere quando dentro a quelle stanze di potere non ce n’è più o ne è rimasto molto poco, continua a essere fondato. Le donne accedono in numeri crescenti a cariche politiche e istituzionali in un momento storico nel quale la politica e le istituzioni contano sempre meno di fronte a un sistema globale dominato dalla finanza, dagli imperativi ineludibili della competizione commerciale e da alcune grandi corporation che hanno assunto ruoli dominanti. Pochi anni fa alle donne sono state aperte le porte delle forze armate e, in molte Chiese, del sacerdozio. Un grande progresso? Direi piuttosto che compiti e ruoli che gli uomini considerano meno appetibili che in passato sono stati lasciati alle donne…

Infine non è vero che stiamo assistendo al tramonto del patriarcato grazie a secolari lotte femministe e neo-femministe. Il patriarcato in Occidente è venuto meno da sé, in quanto modalità di organizzazione sociale e visione del mondo non più funzionale alla conservazione e propagazione della specie umana (diverso è il discorso fuori dall’Occidente). Le donne stanno ereditando vantaggi e svantaggi dell’autoaffondamento del patriarcato: non devono più servire l’uomo-padrone a casa; però devono servire padroni asessuati sul posto di lavoro, che esigono la rinuncia alla femminilità in nome degli imperativi dell’efficienza economica.

Foto Ansa