La Danimarca smantella i ghetti per discriminare meglio gli immigrati

Altro che linea dura sui migranti: dopo averli confinati in società parallele, dove vige il raddoppio delle pene o l’educazione coatta dei bambini ai valori “danesi”, ora Copenaghen vuole costringerli a sbaraccare. Testimonianze da Mjolnerparken

«Ora vogliono che ci trasferiamo tutti a Wilders Plads, a Copenaghen, e paghiamo il doppio dell’affitto. E Wilders Plads non diventerà un “ghetto” se ci trasferiamo tutti lì? E che dire di quelli di noi che non possono pagare il doppio dell’affitto? Poi da Copenaghen ci sposteranno verso la campagna e, alla fine, ci cacceranno fuori dal Paese, come vuole Inger Stojberg». Asif Mehmood, tassista arrivato in Danimarca dal Pakistan e residente a Mjolnerparken con moglie e tre figlie dal 1994, è una delle 11 mila persone che secondo le stime verranno travolte dall’ormai famigerato “Piano per una Danimarca senza società parallela e senza ghetti nel 2030”, 22 provvedimenti mirati all’eliminazione dei quartieri etnici degradati.

GHETTI E MISURE DRACONIANE

Sono attualmente 28 i «ghetti» (come da vocabolario ufficiale dell’amministrazione danese) individuati dal governo sulla base di alcuni indici socio-economici (tasso di disoccupazione, reddito, criminalità, alfabetizzazione, incidenza degli alloggi sociali, ma soprattutto presenza di oltre il 50 per cento di residenti immigrati o discendenti da “paesi non occidentali”, la stragrande maggioranza dei quali musulmani) progressivamente sottoposti alle misure del regime draconiano votato dal Parlamento a marzo 2018, quando i quartieri-ghetto individuati erano “solo” 16. Tempi ve ne aveva già parlato qui, le misure prevedono il raddoppio della pena per spaccio di droga, furto con scasso, vandalismo, minacce; revoca degli assegni sociali alle famiglie i cui figli fanno troppe assenze a scuola (più del 15 per cento dell’orario in un quadrimestre); test linguistici mirati dalla prima elementare (bocciatura per chi non li supera dopo tre tentativi); carcere fino a quattro anni per le famiglie di immigrati che mandano i figli per estesi periodi di tempo nel paese di origine al fine di evitare la loro assimilazione alla cultura e allo stile di vita danesi.

BIMBI DI UN ANNO A LEZIONE DI “VALORI DANESI”

Fra le misure spicca l’imposizione a tutti i bimbi di età superiore a 1 anno di ricevere almeno 25 ore settimanali di formazione obbligatoria in un nido d’infanzia, un’immersione linguistica che permetta loro di «apprendere le tradizioni danesi e i valori dell’uguaglianza e della tolleranza», nonché l’imposizione di un limite del 40 per cento degli appartamenti di edilizia sociale sul totale degli alloggi disponibili entro il 2030 in tutte le aree residenziali della Danimarca. Questo significa che nel giro di vent’anni verrà smantellata, riqualificata o venduta a privati la quota restante e che i suoi circa undicimila inquilini, come Asif, dovranno sloggiare. I primi avvisi, secondo Morten Tarp, avvocato dei residenti a Helsingor e Slagelse, arriveranno in questi giorni.

«HO BISOGNO DEI MIEI AMICI. E DI OSPEDALI VICINI»

A Mjolnerparken, quartiere di Asif dove verranno venduti 260 appartamenti sono già stati inviati gli avvisi di trasferimento e l’invito a sbaraccare possibile. «Questo non è un ghetto, lo chiamano così quelli che lo hanno costruito. E ora che è diventato un luogo alla moda vogliono che ce ne andiamo usando la scusa della criminalità», racconta il tassista in un lungo servizio dal quartiere pubblicato da Al Jazeera. «Mi piace molto Mjolnerparken, ci conosciamo tutti, non si soffre la fame, non si è mai soli. Se hai dimenticato il portafoglio i negozianti ti lasciano lo stesso portare la merce a casa». Ancora: «Mia moglie è malata, qui ci sono tre ospedali diversi, tutti a cinque minuti di distanza. Se sono al lavoro e mia moglie o le mie figlie hanno qualche problema posso chiamare i miei amici e contare sul loro aiuto. C’è un’enorme rete di supporto».

«NON MI SERVE UN NUOVO DIVANO»

Asif è preoccupato, ha ricevuto un’offerta di alloggi a prezzo raddoppiato ma si trovano dall’altra parte della città e lontano dagli ospedali. Ed è arrabbiato perché il quartiere di Allerod è molto più pericoloso e pieno di criminalità del suo ma siccome è popolato da bianchi non è rientrato nell’elenco dei “ghetti”:

«Ora Bo-Vita (l’associazione che si occupa di offrire i nuovi alloggi) ci sta inviando questi opuscoli con scritto: “M. è così felice, perché ora che si è trasferito, ha finalmente un divano”. Ma che diavolo! Io qui non ho uno ma due divani, devono trovarmi un posto che posso permettermi e che abbia un ascensore per mia moglie!».

LO SFRATTO DI LISBETH, ANZIANA A BASSO REDDITO

Anche Lisbeth Saugmann, ex educatrice in una scuola materna, vive a Mjolnerparken, e non è immigrata né di colore. Semplicemente non è ricca e dopo avere trascorso gran parte della sua vita in case popolari o a basso reddito ha trovato un posto nella residenza per anziani del quartiere:

«Ci hanno garantito che il nostro gruppo non sarà separato. E siamo un gruppo di bianchi. Credo sia per questo che abbiamo un trattamento diverso rispetto agli altri. Ma dovremo ugualmente fare i conti con l’affitto molto più alto di quello che possiamo permetterci. È un incubo. Questo posto verrà rinnovato e lo venderanno a prezzo tre volte maggiorato a ricchi che possono permetterselo. Forse le “società parallele” sono queste, società ricche che vivono una realtà completamente diversa dalla nostra».

LA BALLA DELLA «SOCIETÀ PARALLELA»

Anche una rifugiata di 45 anni ha raccontato chiedendo l’anonimato la sua storia, iniziata quando ancora adolescente si trasferì in Danimarca: nata in Libano, da anni abita con la sua famiglia e cinque figli, di età compresa tra i 25 e i 7 anni, a Mjolnerparken, dove lavora in una mensa e si occupa della madre malata:

«Mi sono sentita danese fino a poco tempo fa. Ora sento di non far parte di questo paese. I politici hanno creato la loro “società parallela”, costruendo ghetti con una cattiva reputazione in modo che i danesi non volessero viverci. Sono state le associazioni immobiliari a condensare qui i trasferimenti di così tante famiglie di immigrati e ora dicono che questo è diventato un problema».

La donna spiega che non tutti gli alloggi saranno venduti ma saranno riqualificati, acquistando valore e costringendo la gente a lasciare il quartiere per causa di forza maggiore. Funziona così:

«Ricevi tre offerte per nuove abitazioni e se non dici di sì, non otterrai più alcun aiuto. Insieme a degli avvocati, in una cinquantina di cittadini abbiamo deciso di fare causa al comune o a chiunque stia gestendo questo “piano”. Anche se falliremo, saprò almeno di averci provato».

SAMIAH E IL RICATTO DELLA BAMBINA

I genitori di Samiah Qasim, 27enne assistente sociale, vengono dalla Palestina. La sua famiglia non dovrà lasciare subito il quartiere ma i suoi suoceri sì. Quando sua figlia avrà compiuto un anno, dovrà partecipare alle lezioni obbligatorie di “valori danesi”: così è scritto nella lettera che le intima di iscrivere la piccola di sei mesi ai corsi di 25 ore settimanali. Se si rifiuta, obiettando che non si può imporre a una madre di mandare la figlia al nido a un anno di vita, dovrà rinunciare a qualunque eventuale forma di assistenza sociale per i suoi figli:

«Sono nata e cresciuta nell’ex ghetto di Blagardsgade e da sei anni vivo a Mjolnerparken con mio marito e i miei due bambini. Lui ha un master alla Copenaghen Business School. All’inizio ero scettica sul trasferirmi qui per via della narrazione negativa che ne facevano i media, ma avevamo bisogno di un posto in cui stare e ora sono molto felice. C’è una buona comunità, l’unico problema sono le bande criminali. Lo stesso problema che c’era a Blagardsgade, ma quando il quartiere iniziò a popolarsi di negozi, attività, aree verdi e a offrire ai ragazzi nuove attività, stage e offerte di lavoro, le cose cambiarono: i ragazzi non avevano più un motivo per entrare in una gang e ciò ha fatto una differenza enorme».

Samiah non capisce perché la stessa politica di prevenzione non possa essere attuata a Mjolnerparken, né perché dovrebbe demandare l’educazione di sua figlia in così tenera età alla società danese quando le basterebbe «trasferirsi dall’altra parte della strada» per non subire questo ricatto.

IL SOGNO DI CONFINARE I MIGRANTI SU UN’ISOLA

Quanto la Danimarca non fosse un paese per immigrati (un paese che approvò una legge per confiscare ai richiedenti asilo eventuali beni sopra i 1.340 euro) lo si era capito benissimo a dicembre 2018, quando il governo propose di obbligare tutti gli stranieri “indesiderati”, ad alloggiare su di un’isola con l’obiettivo di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il paese. Sette ettari nel Mar Baltico a tre chilometri dalla costa: così l’isola di Lindholm, raggiungibile solo via traghetto, avrebbe rappresentato il confino nel 2021 per oltre un centinaio tra immigrati condannati per crimini e richiedenti asilo la cui domanda era stata rigettata. Poi, lo scorso settembre, la proposta è stata accantonata, «troppo costosi i trasporti e poco probabile che incoraggi le persone ad andarsene. Ora inizieremo a trovare un’alternativa più economica», ha spiegato il nuovo ministro dell’immigrazione e dell’integrazione Matthias Tesfaye, 38enne nato ad Aarhus da madre danese e padre immigrato di origine etiope.

LA RICETTA POPULISTA DEI SOCIALDEMOCRATICI

A questo pensa la Danimarca, il paese che dopo aver condannato l’Italia di Salvini per la mancata accoglienza dei migranti, ha votato in massa i socialdemocratici di Mette Frederiksen, che appena eletta ha annunciato un ulteriore inasprimento delle misure, puntando per esempio allo smantellamento dei centri profughi presenti sul territorio nazionale e «deportare in Nordafrica», attraverso le convenzioni di rimpatrio stipulate con i Paesi del Maghreb, i richiedenti asilo: 1.110 le richieste gestite in Danimarca contro le 10.185 dell’Italia, giusto per dare le dimensioni del fenomeno e dell’applicazione di quella “linea dura” sui migranti attribuiti in Europa all’avanzata dei temibili partiti populisti.

Foto Ansa