«La corruzione è il tallone d’Achille del Partito comunista cinese»

«La Cina apre alla democrazia a parole ma nei fatti va nella direzione opposta. Il partito comunista cinese ha la pretesa di saper interpretare la sovranità popolare, ma la sua immagine è messa in crisi dalla corruzione». Guido Samarani, docente di Storia del pensiero politico della Cina moderna e contemporanea a Venezia, spiega a Tempi.it a che punto è l’auspicata “democratizzazione” della Cina

«Mi sembra che tutto il pensiero politico cinese del ‘900, anche prima del Comunismo, avalla l’idea che la sovranità popolare debba essere messa sotto tutela, guidata e limitata. Deve essere esercitata, ma attraverso il Partito, che conosce e sa esprimere al meglio la sovranità del popolo. Ora, però, la corruzione che dilaga sta mettendo in crisi la sua immagine». Guido Samarani, docente di Storia del pensiero politico della Cina moderna e contemporanea all’università Ca’ Foscari di Venezia, autore di “Cina, ventunesimo secolo” (Einaudi), spiega a Tempi.it che cos’è la “democrazia con caratteristiche interne” auspicata pochi giorni fa dal premier cinese Wen Jiabao e perché non c’è da fidarsi delle parole dei politici.

In occasione del 62esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, il premier Wen Jiabao ha dichiarato: «Ci vuole più democrazia con caratteristiche interne». Che cosa significa?
Parole simili sono state usate anche dal presidente del Partito comunista Hu Jintao ed esprimono la volontà da parte della Cina di fare riforme politiche – rispetto a poche decine d’anni fa la situazione è migliorata – ma non come quelle degli occidentali, bensì “alla cinese”. Prima di tutto la democratizzazione del paese dovrebbe passare da quella interna del Partito, l’obiettivo è che i suoi organismi funzionino secondo le regole, che i dirigenti non violino la legge, come invece succede spesso. Certo, i dirigenti di partito sono il 5 per cento della popolazione cinese, ma sarebbe già un primo passo.

Mentre il premier parla in questo modo, in Cina si svolgono le elezioni locali, dove si sono verificati tantissimi casi di irregolarità e tentativi di bloccare le candidature di persone non legate al Partito comunista.
Infatti, al di là delle parole positive, non mi sembra di vedere margini per un cambiamento democratico come lo intendiamo comunemente noi in Occidente. Le elezioni per i Congressi del popolo locali sono esperimenti, per quanto piccoli, importanti e sono un passo avanti rispetto a una ventina d’anni fa. Ma la cultura della democrazia in Cina deve ancora fare passi enormi, perché non si vede una direzione chiara. Se da una parte il Partito è consapevole che deve aprire di più alla partecipazione popolare, dall’altra ha sempre paura di non riuscire a controllare tutto.

Come funziona il sistema elettorale in Cina?

E’ molto complesso: ci sono villaggi, città, contee, province, regioni e poi lo Stato centrale. Il sistema elettivo è indiretto. I cittadini possono votare solamente, come sta avvenendo in questi giorni, rappresentanti locali. E sono poi loro che vanno a eleggere i rappresentanti delle province, questi quelli delle regioni e così via fino all’Assemblea nazionale del popolo. Diciamo che per parlare di democrazia bisognerebbe ottenere l’elezione diretta dei rappresentanti a livelli un po’ più alti rispetto a quelli locali. Se poi pensiamo che la trasparenza non è proprio una caratteristica cinese, si capisce come anche a livello locale il processo non vada per niente come dovrebbe.

Dal 30 agosto, la Cina sta discutendo degli emendamenti al codice di procedura penale per legalizzare le sparizione forzate. Anche in mancanza di processo, una persona potrebbe essere prelevata dalla polizia senza che la famiglia venga neanche avvisata.
Come dicevo prima: da una parte c’è un’apertura alla democratizzazione della società, a parole e magari anche nelle intenzioni di qualcuno, ma dall’altra vengono prese misure che vanno nella direzione opposta. Il problema della governance in Cina non è stato ancora neanche affrontato: io ho riscontrato nel pensiero politico cinese del ‘900, anche prima del Comunismo, un’idea secondo cui la sovranità popolare debba essere messa sotto tutela. Questo deriva da una diffidenza tutta cinese nella capacità delle masse, che viene accresciuta dal fatto che il colosso asiatico è un paese enorme e tenerlo insieme è un’impresa. Da qui, l’introduzione di paletti, limiti, vincoli alla sovranità popolare, che deve essere sì esercitata, ma attraverso il Partito, che la conosce e sa esprimerla al meglio.

La gente crede davvero che il Partito comunista sia in grado di esprimere al meglio la sovranità popolare?

Molti sicuramente sì, anche se la piaga della corruzione sta minando l’immagine del Partito, che ha sempre avuto la pretesa di ergersi a modello per tutta la società. Ma quando in un paese c’è un sistema politico autoreferenziale, che non deve rendere conto a nessuno, che al massimo si autocritica, che ha fortissime commistioni con l’economia, è quasi inevitabile che la corruzione si diffonda.

Secondo un rapporto della Banca centrale di Cina, pubblicato a luglio, in meno di 20 anni almeno 18 mila cinesi dell’establishment sono fuggiti all’estero portando con loro circa 800 miliardi di yuan (pari a 87,24 miliardi di euro) guadagnati con la corruzione.

Le tentazioni sono molte, le somme in denaro che girano elevate, anche perché i dirigenti delle principali aziende legate allo Stato sono scelti dai politici con metodi poco chiari. Non c’è trasparenza. E’ da un po’ di tempo che in Cina il fenomeno della corruzione viene denunciato pubblicamente: questo potrebbe essere un vero tallone d’Achille per il Partito, anche se ora in Cina non c’è nessuna alternativa all’oligarchia comunista.