La censura cinese è una manna per il self-publishing

Per sfuggire alla censura del Partito comunista, in Cina fioriscono gli e-book, saghe dal sapore europeo e inchieste contro il potere stabilito. Su circa 510 milioni di cinesi che possiedono un tablet, uno smartphone o un computer, 200 milioni leggono romanzi autopubblicati. I caratteri che ogni giorno sono caricati on line sfiorano i 60 milioni

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Il libro fai-da-te, illusorio sogno americano dove chiunque batte i tasti del computer può diventare uno scrittore di best-seller, ha anche dei lati positivi. Se in Occidente gli editori si stanno facendo venire i capelli bianchi a furia di salvare una professione in via di smarrimento, in Oriente, nello specifico nella poco liberale Cina, la situazione è un tantino diversa. Il web è ancora uno dei pochi luoghi dove la censura non riesce ad attecchire. Allora fioriscono gli e-book, saghe dal sapore europeo e inchieste contro il potere stabilito. Insomma, più che uno spauracchio, il self-publishing è una risorsa.

Superando il “no” di un’Inquisizione tutt’altro che cattolica, scrittori emergenti e giornalisti senza pelo sullo stomaco sfornano a ritmi impressionanti articoli, pensieri e feuilleton che si nascondono nelle maglie meno conosciute del web. Su circa 510 milioni di cinesi che possiedono un tablet, uno smartphone o un computer, 200 milioni leggono romanzi autopubblicati sulle più disparate piattaforme tablet o visual. In media, un romanzo online costa 30 centesimi. I primi capitoli sono gratuiti, servono per appassionare i lettori e renderli fedeli alle puntate successive. I cinesi, indefessi a un lavoro continuato e pressante, sfornano 10 mila battute al giorno per offrire ai propri “venti lettori” il prosieguo della narrazione. I caratteri che ogni giorno sono caricati on line sfiorano i 60 milioni.

Al di là della qualità stilistica di questi brani, il giro d’affari che circola grazie all’e-fiction è impressionante. Cloudary, una delle maggiori aziende del settore, ha un fatturato di 48 milioni di dollari. Ma in Cina pure i singoli scrittori – forse unico paese al mondo – possono arricchirsi e vivere di letteratura. Come il gastroenterologo Yu Xiaoming che, autopubblicandosi, ha mollato il lavoro perché solo la scrittura gli dava 1.600 dollari al mese. Xu Lei, invece, ha scritto storie avventurose d’una aspirante cacciatrice di tesori. La novella “Lara Croft” ha venduto in un mese circa 600 mila copie. Per l’Italia c’è ancora da aspettare, ma per il self-publishing un vecchio adagio è adeguato: non tutto il male vien per nuocere.
twitter: @DanieleCiacci

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