La caduta degli eroi

Sembrava destinato a far innamorare l’America. Ma dopo la sconfitta in South Carolina, per l’oustider John McCain si allontana la candidatura per le presidenziali Usa. Aspettando il supervenerdì del 7 marzo, quando George Bush II promette di schiacciare il suo rivale interno ed essere così incoronato candidato repubblicano alla Casa Bianca. Storia di un eroe di belle speranze

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Non c’è che dire, per McCain è stato un brusco risveglio. Il grande sogno accarezzato dal sessantareenne eroe del Vietnam, si è fatto improvvisamente piccolo piccolo. Sabato scorso, il senatore repubblicano incoronato dai media come grande sorpresa delle presidenziali americane di novembre, è stato pesantemente sconfitto nelle primarie in South Carolina, dove il suo rivale George Bush non solo ha sbancato il tavolo repubblicano incassando il 67% dei suffragi, ma ha anche intercettato il 30% dei voti democratici e indipendenti. La South Carolina è uno stato che sulla carta poteva essere di McCain. E infatti, benché abbia una popolazione di soli 4 milioni di abitanti, la particolare composizione del suo elettorato (in prevalenza agricolatori, conservatori, ad alta densità di residenti neri ed ex militari) la South Carolina rappresentava un passaggio cruciale per saggiare lo spessore del “fenomeno McCain”. Ma la prova è andata male. E il risultato, più negativo di quanto avesse immaginato lo stesso McCain, ha shoccato l’eroe al punto da fargli annullare tutti i festeggiamenti del dopo-voto.

Dal Vietnam al Mississipi Credeva di essersela cavata con una battuta: “Avete scoperto che i miei trisavoli erano degli schiavisti? Beh, che notizia è, visto che stavano in Mississipi?”. E invece la prima macchiolina sulla bella immagine di John McCain, sembra già all’opera sottotraccia. La notizia del passato schiavista dei suoi avi gli è schizzatta addosso dalla rivista telematica Salon, specializzata nel rovistare negli armadi dei vip. Nel caso McCain, i cronisti della rivista che circola su Internet sono andati a cercare negli archivi della contea di Carroll, dove hanno scoperto che, nel 1860, tale W.A. Mc. Cain, in Mississipi era proprietario di piantagioni e possedeva 52 schiavi. Eccoci così a raccontare la storia di un sogno, cominciato su un piccolo pullman ridipinto, come quelli che gli hippie usavano negli anni Sessanta, ruote squadrate, sospensioni stanche, e una grande scritta: “The straight talk express’. Su quel pulmino, nel caldo asfissiante dello scorso agosto, lungo le autostrade del Sud Carolina, il senatore repubblicano John McCain si scioglieva il nodo della cravatta e sorseggiava una bibita gasata, nelle brevi soste di quella che stava diventando la sua campagna elettorale, in corsa su quel catorcio verso la Casa Bianca. “Ascoltatemi, ” diceva McCain ai pochi giornalisti che avevano avuto il coraggio di seguirlo, l’estate scorsa, nel Sud di un’America dove il caldo uccide. “E ascoltatemi bene: sto facendo quello che voglio: far campagna politica mi piace anche così, anche parlando a quattro gatti. Se vincerò? Non lo so, probabilmente il governatore Bush si è già assicurato la nomination dei repubblicani, ma chi lo sa?”
Da Hanoi al New Hampshire E questo ‘chi lo sa’, dopo la sua inaspettata vittoria alle primarie del New Hampshire, staccando il rivale Bush di ben 19 punti, aveva risuonato sulle prime pagine di tutte le riviste americane, mentre la love story dell’America con questo eroe di guerra aveva trasformato una campagna elettorale banale e noiosa in uno show che attira la gente ai suoi comizi come se fossero concerti rock. “McCain è sopravvissuto alla prigione vietnamita, “dice una barzelletta, “Bush al kindergarten.”
Come non amare un eroe? McCain, una storia di coraggio e nazionalismo da raccontare: lui, figlio di una famiglia di ammiragli della Marina, miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione della sua portaerei che aveva ucciso 134 dei suoi compagni, preso dai nordvietnamiti e rinchiuso in una gabbia di un metro e settanta per due e 50, torturato fino a spezzargli quelle braccia che ancora oggi non riesce a muovere per alzare sulla testa, rimasto priogioniero per sette anni nelle terribili galere di Hanoi. “Anni di silenzio forzato. Anche per questo adesso non smette più di parlare” ci dice sorridendo uno dei suoi assistenti. Così il senatore dell’Arizona e la sua seconda moglie, Cindy, figlia di un ricco produttore di birra, continuavano la loro campagna sullo ‘Straight talk express’, con pulmini che nel frattempo erano divantati tanti, una vera e propria carovana, seguiti dai camioncini delle televisioni coi loro satellitari.

Fine di un sogno? Tutto ciò fino al 19 febbraio scorso, sabato elettorale di uno stato-villaggio chiamato sud Carolina. Tutto finito in una bolla di sapone? Forse no, forse McCain troverà il modo di parare il colpo e di rifarsi un’immagine alle prossime primarie nel “suo” Arizona e in Michigan. Ma per lui diventa ogni giorno più difficile controbattere alle accuse di Bush, che lo definisce “finto repubblicano”, dato che vuole tasse sul tabacco, non è contrario ad una legge sul controllo delle vendite di armi e sembra soffice sul fronte dell’aborto. Forse fino al 19 febbraio McCain pensava che queste accuse gli avrebbero portato una fetta di voti di democratici stanchi di sforzarsi di tapparsi il naso e di farsi piacere quell’Al Gore riciclato. E invece adesso ils enatore sa di aver fatto i conti sbagliati e che probabilmente dovrà ritoccare la sua bella immagine. E sa, soprattutto, il buon Mc Cain, che ora deve cercare di acquistare velocità prima del super martedì del sette marzo, quando la grande macchina elettorale di Bush rischia di schiacciarlo in una serie di stati dove McCain arranca. Purtroppo anche la statistica storica gli rema contro: nel ventesimo secolo solo due senatori sano passati dal Senato alla Casa Bianca: Warren Harding e John F. Kennedy.

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