L’Italia si squaglia e viene presa a pesci in faccia da chiunque

Si sa che è difficile indirizzare riforme solo dall’alto, come si è fatto coi governi Monti e Lettino. Si può tentare di sfruttare la fortuna, ma non è possibile farlo senza accompagnarla con almeno un po’ di virtù

Il governo di grande coalizione tedesco non cambia la linea Merkel: l’attenzione è concentrata sulla propria società e il resto del Continente è considerato un ingombro che o si allinea o si troverà il modo di scaricarlo. Dalla sua l’amministrazione americana cerca di imparare dalle botte subite (dall’Egitto alla Siria sino all’Ucraina) e sembra preferire compromessi d’immagine come con l’Iran (e in parte con Russia e Cina) o qualche destabilizzazione (vedi Turchia) anche degli alleati più fedeli dell’altroieri piuttosto che elaborare un’idea di equilibrio internazionale: in una situazione di fragilità politica s’intralcerebbe l’unico sforzo che la parte più consapevole dell’Impero sta portando avanti (abbastanza bene), cioè quello di una ripresa economica autocentrata.

Le operazioni che potrebbero dare un riferimento solido all’Europa più sofferente (come l’avvio di un mercato unico transatlantico) appaiono ancora possibili ma in difficoltà per gli opposti interessi della finanza del Vecchio continente e dei sindacati del Nuovo. L’asfittico governino Letta punta le ultime fiche solo su questa intesa transatlantica che peraltro ci vedrebbe subalterni ma in un contesto in cui da poveri Arlecchini avremmo almeno due padroni con cui giostrare marginali possibilità di partecipazione.

In mancanza di questo esito (quel che succederà si capirà nelle prossime settimane) l’interlocutore più accreditato degli americani, cioè Matteo Renzi, accelererà la marcia verso il potere. È interessante notare come rispetto al ’92, quando gli americani puntarono tutte le carte sull’innovatore Mario Segni e lasciarono la protesta in mano al più tedescofilo Umberto Bossi (preparando così la vittoria di Berlusconi), questa volta anche il leader dell’antipolitica, cioè Beppe Grillo, ha saldi legami Oltreoceano. Mentre Berlino può contare solo su piccole enclave di fedeli: ahimè in una democrazia la popolarità conta, e mentre il pur sbrindellato sviluppismo americano può trovare consensi, l’arrogante austerità germanica al massimo raccoglie qualche maggiordomo.

Nella nostra manifesta disgregazione è evidente come le danze si guidino dall’estero: alla fine il nostro migliore punto di appoggio è Mario Draghi, stretto alla Fed ma legato alla propria patria, che nonostante abbia imposto via Giorgio Napolitano un disastroso Sancho Panza all’Economia, sorveglia che i nostri destini non siano (troppo) amari. Sbeffeggiati da amici ultrapessimisti come Giulio Sapelli, ci dedichiamo ancora a cercare l’ultimo spiraglio ma l’impresa è sempre più disperata. Astrattamente un legame leale ma non subalterno con gli Stati Uniti e una competizione aperta ma non antagonistica con la Germania, ci darebbero qualche chance di collaborare a un assetto che non ci veda solo nel ruolo della palla in una partita di calcio.

Solo che è impossibile partecipare a qualsiasi contesa internazionale senza avere un vero Stato, ed è questa la condizione in cui ci troviamo. Le responsabilità di questa deriva sono di tanti: della sinistra (ex Pci ed ex Dc) che nel 1992 si sottrasse al suo dovere di forza costituente, del nostro penoso piccolo establishment, dell’indomabile magistratura combattente, del berlusconismo incapace di elaborare una cultura istituzionale all’altezza del suo formidabile ruolo di resistenza ai soprusi dello Stato. L’ultima “colpa” – quindi quella decisiva in questa fase – è di Napolitano e dei suoi reggicoda, dell’incontrollabile mix di superbia e pavidità messo in campo.

L’Italia presa a pesci in faccia da chiunque
Si sa che è difficile indirizzare processi di riforma soprattutto dello Stato solo dall’alto, come si è fatto con gli esecutivi Monti e Lettino. Magari però grazie alla sempre attiva e imprevedibile “fortuna” ciò può succedere. Ma sfruttare la fortuna richiede un prezzo: accompagnarla con almeno un po’ di virtù. Anche la più abile delle “volpi” necessita di un minimo di lioninità. Se invece ci si fa pigliare a pesci in faccia dal giudice Esposito, dal Tribunale di Palermo, dall’Alta Corte, dalle intercettazioni alle Cancellieri, da chi inquisisce i saggi costituzionali, da Telefonica e Air France, dalla boccheggiante fondazione Monte dei Paschi, quando si fa irritare persino il mite Giorgio Squinzi, e ci si fa insultare da qualsiasi Stato della Terra (dopo l’India arrivò la Polonia e infine il Congo), quando grazie alla strategia di pacificazione putiniana viene rimandata in Europa Alma Shalabayeva, e questa non ci pensa un minuto e scappa a Ginevra.

In queste condizioni lo Stato in crisi dal ’92 arriva sull’orlo di un tale squagliamento che trovare uno spiraglio è quasi impossibile. E anche il piccolo “quasi” di possibilità evapora se non si capisce che innanzitutto lo sforzo di chi ha un po’ di sale in zucca sia a destra sia a sinistra deve essere cercare un legame tra radicali e moderati. Chi oggi usa invece piccoli poteri e intrallazzi, furbate e minacce per costruire un accrocchio elitista che domini un’emarginata moltitudine populista, non fa che preparare il funerale della nazione.