«L’uomo ha bisogno di credere e l’Europa, per ripartire, non può più negarlo»

Ieri la filosofa e psicanalista Julia Kristeva ha ricevuto alla Iulm la laurea honoris causa. Tempi.it l’ha incontrata per l’occasione: «Le identità nazionali vanno valorizzate. Ignorare la fame di significato porta a nichilismo e terrorismo»

Julia Kristeva riceve la laurea honoris causa dalle mani del rettore della Iulm Gianni Canova (sinistra) e del professore Giovanni Puglisi (destra)

«L’Europa è in crisi, ma se saprà valorizzare le identità nazionali e tornare a dare risposta a quel bisogno di credere della gente, che troppo spesso le nostre società secolarizzate hanno cercato di cancellare e nascondere, potrà diventare protagonista della scena mondiale». È quanto dichiarato a tempi.it da Julia Kristeva. Linguista, filosofa, scrittrice, semiologa e psicanalista, la docente di Semiologia alla State University di New York e all’università Paris VII – Denis-Diderot ha ricevuto ieri dal rettore dell’università Iulm, Gianni Canova, la laurea honoris causa in Traduzione specialistica e interpretariato di conferenza.

LA CULTURA EUROPEA ESISTE

Arrivata in Francia dalla Bulgaria nel 1965 con due valigie di cartone, cinque dollari in tasca e un visto per ragioni di studio, si è affermata nei decenni tra i principali intellettuali del nostro tempo. Si definisce «cittadina europea di nazionalità francese, origine bulgara e americana d’adozione», a conferma della sua identità poliedrica, e nonostante il professato ateismo, il suo pensiero sulla necessità di riconoscere il bisogno di trascendenza dell’uomo l’ha portata a dialogare con autorità religiose di primo piano come Benedetto XVI.

«La cultura europea esiste», ha affermato nella sua lectio magistralis nell’Auditorium dell’ateneo milanese, l’identità europea non può essere negata e ben si esprime «non in una certezza, ma nell’amore della domanda, della ricerca e del punto interrogativo nel quesito “Chi sono io?”». L’identità europea, continua, «è plurima, si fonda sul multilinguismo e sulla valorizzazione delle differenti identità nazionali, che non possono ridursi a una permissiva “tolleranza” dell’altro, ma che devono continuamente mettersi in gioco e compenetrarsi». L’identità europea si fonda anche su un’idea di libertà che non è appena «soggettività intraprendente, capacità di iniziativa», ma «liberazione dell’Essere della parola che interroga e si dona all’altro e si riflette nella poesia, nel desiderio, nella rivolta».

GILET GIALLI E TERRORISMO ISLAMICO

L’Europa è però oggi a rischio, «come la protesta dei gilet gialli ben dimostra». Da un lato perché si è cercato di «deprimere le identità nazionali in nome di un universalismo mal compreso», che ha spinto molti politici a «essere scortesi o a insultare la nazione», con il rischio di uniformare ogni differenza in una «nuova versione della banalità del male» di cui parlava Hannah Arendt. Dall’altro perché la politica si è adagiata sulla società secolarizzata e «ha negato quello che io chiamerei il “bisogno di credere”, che per me è universale, pre-religioso e pre-politico», continua Kristeva.

La negazione di questo bisogno e l’ottusità nel non volere «considerare la fame di significato e di senso della vita che ha la gente» ha portato, da una parte, al «nichilismo» che ben si esprime «nell’abuso di droghe, nell’anoressia, nel vandalismo», e dall’altra «all’idealismo integralista dell’estremismo religioso», di cui è triste esempio il recente attentato di Strasburgo, «dove l’attentatore ha usato la religione come una bomba».

«L’UOMO HA BISOGNO DI CREDERE»

«La politica», prosegue Kristeva parlando con tempi.it, «non può più permettersi di ignorare questo disagio, questo bisogno insoddisfatto. La secolarizzazione e l’illuminismo ci hanno portato a negarlo, a sottovalutarlo e ora vediamo come si è scatenata una collera difficile da frenare, soprattutto da parte di chi è rimasto indietro a causa della globalizzazione».

Ma che cosa può offrire un’Europa sempre più secolarizzata, e fiera di esserlo, per rispondere a questa «fame di senso, a questo deserto spirituale che può sfociare in un odio distruttore»? «Non penso che il cristianesimo o un’altra religione possano rispondere a questo malessere, a questa angoscia», conclude la filosofa, «perché questo bisogno di credere non può riposare, ad esempio, in Gesù. C’è bisogno di un lavoro personale, da parte di ciascuno, che porti ad altri ideali, come la cura dell’altro e l’attenzione verso l’altro. Siamo in una società post-cristiana, l’uomo deve trascendersi per arrivare a credere in qualcuno che è accanto a noi. E gli intellettuali devono farsi prossimi per indicare la strada».

Foto Iulm