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Jugendamt e il dramma di quei genitori cui sono stati strappati i figli dopo un divorzio

ottobre 20, 2015 Chiara Rizzo

“La tutela oltre la frontiera” è il nuovo libro di Marinella Colombo in cui, a partire dal proprio caso, racconta i labirinti e i drammi che sono costretti a vivere i genitori che hanno divorziato all’estero

marinella-colomboÈ appena uscito, La tutela oltre la frontiera (Bonfirraro editore), scritto da Marinella Colombo, imprenditrice milanese, protagonista di una vicenda di separazione dai figli, dopo il divorzio dal marito tedesco. Colombo, che non rivede i propri bambini da cinque anni, ha denunciato la sua storia in un precedente libro, Non vi lascerò soli.

DIVISI DA CINQUE ANNI. Al momento della separazione dal marito, Colombo aveva ottenuto l’affidamento dei figli Nicolò e Leonardo dal tribunale tedesco (all’epoca la donna viveva a Monaco di Baviera). Nel 2008, però, è dovuta rientrare a Milano a causa del proprio lavoro e ha portato con sé i due figli – proseguendo a gestire il regolare affido prevalente. Poco dopo, i due ragazzi sono stati prelevati dai carabinieri e ricondotti in Germania dal padre, su ordine di un tribunale tedesco dopo che era scattata la segnalazione dello Jugendamt, quello che nel suo libro Colombo descrive come «l’organo preposto al compito di sorveglianza».
Colombo spiega che «Jugendamt in italiano significa “amministrazione della gioventù”, ma in realtà detiene poteri che non sono neppure paragonabili a quelli dei servizi sociali dei vari paesi dell’Unione europea. È parte in causa (e non semplice consulente del giudice) in ogni procedimento relativo ai minori, è dunque un genitore più potente di quelli naturali». Anche in seguito ad un mandato di arresto europeo emesso dai giudici tedeschi nei suoi confronti solo perché era tornata in Italia coi figli, Colombo non può nemmeno esercitare il diritto di visita nei confronti dei suoi bambini. La condizione di genitori separati soprattutto dagli stessi figli, in balia della burocrazia e giurisdizione di altri paesi, è in realtà un fenomeno diffuso e in particolare quando uno dei due coniugi è tedesco.

I DATI. Secondo il ministero della Giustizia, nel 2014 l’Italia ha emesso 166 istanze di rimpatrio per minori sottratti ai nostri connazionali: quelli sottratti e portati in Germania sono il secondo gruppo per numero (17 bambini), subito dopo i minori portati in Romania (34 casi) e prima di quelli portati in Brasile (16 casi). Non tutte le vicende sono seguite dal ministero della Giustizia italiano. La Farnesina segnala che nel 2014 ha seguito complessivamente ulteriori 231 episodi di minori sottratti ad un genitore italiano, di cui 77 nuovi casi.
È interessante notare che ben 24 sono stati i figli portati via lo scorso anno in un altro stato dell’Ue, e che la Germania è sempre al secondo posto per ordine di importanza del gruppo, con 3 nuovi casi (dietro la solita Romania con 10 casi). A questi si aggiunge l’altra grande fetta di minori condotti da un genitore nelle Americhe: dei 23 nuovi casi del 2014, in particolare, 6 sono stati i bambini condotti in Brasile e 5 negli Stati Uniti.

LA GERMANIA. Nel saggio La tutela oltre la frontiera, Colombo descrive minuziosamente la legislazione dell’Ue in materia e le varie procedure adottate dai vari paesi membri, in particolare da Italia e Germania. Secondo l’autrice, una spiegazione giuridica della predominanza di sottrazioni di minori ad opera di genitori tedeschi esisterebbe. Le principali norme internazionali in materia di minori – la Convenzione dell’Aja del 2010 (cui hanno aderito circa 80 paesi in tutto il mondo) e il Regolamento europeo 2201/2003 – ritengono prevalente su ogni principio la tutela “del bene del minore” o “interesse superiore del fanciullo”. Il principio recepito dalle leggi tedesche è indicato come “Kindeswhol” che però, spiega Colombo, «corrisponde al rimanere o andare a vivere in Germania, presso il genitore tedesco».
Nei fatti, esemplifica ancora nel suo saggio Colombo, «è frequente che in Germania l’affido venga lasciato ai genitori, ma venga trasferito il diritto di determinare il soggiorno allo Jugendamt. In questo modo il minore può essere tolto ai genitori in ogni momento, senza preavviso». Inoltre, «il legislatore si è dotato di una serie di strumenti che gli permettono di trattenere quanti più bambini possibile». Uno di questi strumenti è anche la velocità del sistema giudiziario: nel caso di una coppia sposata che si separa, spiega Colombo, «in Germania con procedimento civile in un lasso di tempo di 24/48 ore viene conferito al genitore tedesco l’affido esclusivo in via provvisoria. Dopo poche settimane, gli viene confermato l’affido esclusivo in via definitiva».
I tempi, in questo tipo di vicende, sono fondamentali: un genitore può fare istanza di rimpatrio dei propri figli, in base all’accordo dell’Aja, solo entro un anno; dopo questo termine, infatti la legge considera che il bambino si è integrato nel suo nuovo contesto sociale e non potrà più essere rimpatriato. I tempi della giustizia italiana – che pure in questi casi prevedono il solo ricorso alla Cassazione, saltando la fase d’appello – non reggono il confronto.

NESSUNA PATRIA POTESTÀ. Colombo analizza anche i casi di figli di genitori non sposati. Quando il genitore tedesco è la madre, in particolare, il codice civile tedesco riconosce alla donna non sposata la potestà genitoriale esclusiva. «A differenza degli altri paesi dell’Ue firmatari del regolamento che attribuiscono automaticamente al padre naturale che ha riconosciuto il figlio la potestà, la Germania nega questo diritto non solo al padre ma anche al figlio. In questi casi è evidente più che mai come il figlio sia sotto il controllo dello Stato prima ancora che dei genitori».
Proprio per questo motivo, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Germania nel 2004 nella vicenda di Kazim Görgülü. L’uomo aveva avuto una relazione con una donna tedesca fino agli inizi del ’99: a maggio però Görgülü aveva scoperto che l’ex compagna aspettava un figlio da lui, e si era accordato con lei per prendersi da solo cura del figlio alla nascita. Invece la donna scomparve e dopo il parto, nell’agosto ’99, diede il figlio in adozione ad una coppia tedesca, grazie al lavoro dello Jugendamt. Solo nell’ottobre Görgülü riuscì a rintracciare il neonato. Presentò immediata richiesta di riconoscimento del figlio e di adozione: alla pratica ottenne risposta solo un anno e mezzo dopo, quando nel giugno 2000, dopo un test del dna, venne confermato come padre naturale.

L’OSTACOLO JUGENDAMT. A quel punto, finalmente, un tribunale tedesco gli aveva concesso di incontrare il bimbo presso la famiglia adottiva, con appuntamenti progressivamente più lunghi. Anche questo percorso fu però ostacolato e proibito dallo Jugendamt, anche con il ricorso ad una corte d’appello che decise di sospendere gli appuntamenti. In seguito ad un percorso molto ostacolato e lungo anche per le insistenze contrarie dello Jugendamt, il 28 ottobre 2003 fu negata al padre naturale ogni possibilità di riconoscere, adottare e persino incontrare il figlio, malgrado vari giudici e assistenti sociali nel corso della vicenda avevano sottolineato che Görgülü avesse ottime doti, il figlio si mostrasse sereno nei suoi confronti e che la loro relazione poteva essere ripristinata.
Per i giudici di Strasburgo si è trattata, da parte della Germania, di una violazione del diritto al rispetto della vita familiare e di non subire interferenza da parte dell’autorità pubblica. Görgülü ha ottenuto però concretamente solo un risarcimento economico per i danni subìti: non ha più potuto abbracciare il proprio figlio naturale, perché così ha deciso per lui lo stato tedesco.


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