Jfk, a 50 anni dall’omicidio un’intervista inedita a Castro: «Non fu ucciso da Oswald»

Pubblicata postuma uno spezzone di un’intervista al lìder Maximo: «Abbiamo provato a simulare l’omicidio con i nostri migliori tiratori cubani, ma nessuno riusciva»

Tra qualche ora saranno cinquant’anni dal momento in cui il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy è stato ucciso e fin da oggi si susseguono trasmissioni, film o documentari per ricordare cosa avvenne il 22 novembre 1963 a Dallas, Texas. A far clamore c’è anche un’intervista inedita a Fidel Castro che nel 2010 ha dichiarato ad un giornalista statunitense, Jeffrey Goldberg (che aveva invitato lui stesso a Cuba per un’intervista) che «Non fu Lee Harvey Oswald ad uccidere Kennedy».

LE DUE INCHIESTE. Secondo una delle due ipotesi ufficiali sull’omicidio Kennedy, convalidata dalla commissione Warren nel 1964, sarebbe stato un dipendente del deposito di libri sulla Delay Plaza di Dallas a far fuoco, da solo, sul presidente e sul governatore che viaggiava con lui sulla decappotabile quel 22 novembre: tre colpi con un fucile semiautomatico, in meno di sei secondi, di cui quello con una pallottola che avrebbe ferito Kennedy e il governatore del Texas Connally. L’altra ipotesi, sostenuta ufficialmente dall’United states house select commitee (una commissione di inchiesta parlamentare nominata dal presidente Gerald Ford nel 1976) Kennedy sarebbe stato invece vittima del fuoco incrociato di più cecchini. Un’ipotesi portata avanti anche dalle inchieste del procuratore di New Orleans Jim Garrison, che esplicitamente ha ipotizzato tra i mandanti la Cia. È su queste ultime due ipotesi che avrebbe concordato anche il lìder Maximo.

DOPO LA BAIA DEI PORCI. Si tratta di un particolare molto interessante, perché nel primo caso, quello dell’omicida solitario, in qualche modo si era ritagliato un ruolo di mandante quanto meno putativo del delitto proprio a Castro: una sorta di vendetta dei cubani per il tentato sbarco nell’isola, conclusosi con la Baia dei porci. Nella seconda teoria, quella del complotto, comunque Castro è tirato in ballo, ma come movente: nel complotto sarebbero stati coinvolti anche alcuni anti-castristi. Nell’intervista, conservata dal giornalista in un cassetto, Castro ha dichiarato che l’omicidio fu «una cosa tristissima: tristissimo il giorno in cui è successo. Non lo dimenticherò mai. Come sentimmo la notizia, ci attaccammo alla radio». Ha quindi rivelato perché ritiene assolutamente non plausibile la teoria dell’omicida solitario: «Durante la Rivoluzione avevamo addestrato i nostri uomini nelle montagne a sparare così. Abbiamo cercato di ricreare l’omicidio e ci siamo confermati nella tesi che non poteva esserci stato un unico assassino: quel fucile italiano non avrebbe potuto sparare tre colpi così rapidamente».