L’Italia non è un paese per bebè (e nemmeno per giovani)

Al Meeting di Rimini i demografi Blangiardo e Rosina hanno spiegato i numeri della situazione demografica del paese. I provvedimenti? «Abbandonati in qualche cassetto di Palazzo Chigi»

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Rimini. Da anni le conferenze pubbliche di Giancarlo Blangiardo, docente di demografia dell’università Bicocca di Milano e numero uno dei demografi italiani, assomigliano a bollettini di guerra che incolonnano le meste cifre di quello che lui definisce «l’indebolimento demografico della famiglia italiana». Se poi lo si fa duettare con Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano specializzato nella componente giovanile della popolazione, l’effetto “malinconia portami via” è assicurato. Il Meeting di Rimini non ne ha avuto timore, e li ha invitati a esprimersi pubblicamente a partire dal titolo: “La strana demografia italiana: c’è futuro per noi?”.

All’inizio della quale Blangiardo ha rievocato i tre allarmanti record registrati dalla demografia italiana lo scorso anno: mai così poche nascite dal 1861, mai così tanti morti dal 1917 e, per la prima volta dal 1918, una diminuzione in numeri assoluti della popolazione. Il 2015 infatti ha registrato solo 488 mila nascite e ben 653 mila decessi. E poiché il saldo migratorio è stato attivo solo per 128 mila unità, la popolazione totale per la prima volta dopo quasi 100 anni, e non certo in tempo di guerra, è diminuita. La piramide delle età italiana, che all’indomani della Seconda Guerra mondiale aveva appunto la forma di una piramide, coi gradini delle classi di età più basse molto più larghi di quelli delle età più elevate, è diventata una specie di rombo, la cui pancia è costituita dai cinquantenni del baby boom degli anni Sessanta, mentre la base è stretta a causa delle poche nascite. Blangiardo è stato messaggero di previsioni per il 2016, assumendo le vesti di quello che dice “vi do due notizie, una buona e una cattiva”. La notizia buona è che, in base ai dati del primo trimestre, quest’anno la mortalità dovrebbe diminuire dell’11 per cento rispetto all’anno scorso; la notizia cattiva è che la natalità continuerà a diminuire, stavolta del 3 per cento circa e per il sesto anno di fila.

E i famosi figli delle donne straniere che dovrebbero colmare i vuoti lasciati dalla bassa fecondità delle italiane? Dimenticateli. Numeri alla mano, i due demografi mostrano che la fecondità delle immigrate si conforma rapidamente a quella delle indigene: fra il 2008 e il 2015 la fecondità delle italiane è passata da 1,83 figli per donna a 1,38; quella delle straniere da 2,65 a 1,93 nello stesso arco di tempo. Il che significa che le une e le altre sono andate sotto la soglia del rimpiazzo generazionale. Si capisce così che più che il retroterra culturale e religioso, quando si tratta di procreazione, contano i condizionamenti materiali ed economici. L’Italia non è un paese per bebé, per ragioni evidentemente legate alle politiche familiari inesistenti, ai servizi scadenti e all’alto costo della vita per le famiglie. Politiche e condizioni materiali che sono andate peggiorando negli anni: se prendete le donne nate nel 1952 e quelle nate nel 1976, la percentuale di quelle che non hanno avuto figli è doppia fra le seconde rispetto alle prime (24 per cento contro 12 per cento di tutte le donne nate in quell’anno); la percentuale di quelle che hanno avuto due o più figli è del 64 per cento fra le prime e del 48 per cento soltanto fra le seconde.

D’accordo, abbiamo pochi giovani, ma almeno essendo pochi potremo prenderci cura a dovere di loro, avranno più facilità a trovare un lavoro e costruirsi un futuro: essendo pochi, potranno contrattare termini migliori per offrire la loro manodopera. Errore: i giovani italiani sono pochi, eppure lo Stato e la società non investono affatto su di loro, né li corteggiano perché accettino le offerte di lavoro. In Italia l’universale legge della domanda e dell’offerta pare non funzionare. Lo spiega Alessandro Rosina: l’Italia detiene il record europeo dei giovani Neet, sigla anglosassone che individua i giovani che non studiano né lavorano né frequentano corsi di formazione professionale. L’Italia è il paese che in percentuale ha meno giovani fra i paesi dell’Unione Europea, e contemporaneamente è quello che ha il più alto numero di Neet: ben 3 milioni e mezzo fra quelli che hanno meno di 35 anni. Ha anche il record dei Neet di lungo periodo, in percentuale sul totale nazionale. E non è vero che siano “choosy”, come diceva la Fornero: l’Italia è il paese con la più alta percentuale di 20-24enni che desiderano lavorare ma non hanno lavoro. Desiderano avere figli come i loro coetanei francesi (che sono ben 6,5 milioni più di loro, grazie in buona parte alle sagge politiche pro famiglia di tutti i governi di Parigi), ma nella realtà poi ne mettono al mondo meno di quello che desiderano, mentre i coetanei francesi vanno al di là delle previsioni.

Ma non si potrebbero adottare le politiche francesi, o almeno imitarle un po’? «È quello che abbiamo provato a fare con il Piano nazionale per la famiglia commissionato dalla Presidenza del Consiglio e consegnato da noi consulenti nel 2012», risponde Blangiardo. «Ma è chiuso abbandonato in qualche cassetto di Palazzo Chigi. Secondo chi governa costa troppo metterlo in atto».

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