Italia e malessere demografico: da “senza persone” a “senza innovazione”?

Il breve saggio di Marco Valerio Lo Prete (giornalista Rai a New York) su "Lisander", il substack nato dalla collaborazione tra Tempi e Ibl, apre il dibattito sulla crisi demografica
Una bambina vestita con un piumino rosa brillante è accovacciata a terra, con la schiena rivolta verso l'osservatore. Intorno a lei ci sono tre monopattini rosa per bambini, posizionati su un'area pavimentata di asfalto o cemento. Le lunghe ombre della bambina e dei monopattini sono proiettate sul terreno, suggerendo una giornata soleggiata
Foto di hyeok Eom su Unsplash

Per molto tempo come un tabù, più recentemente come un’emergenza: così la discussione pubblica italiana ha trattato la situazione demografica del nostro Paese. Il confronto culturale e politico sullo stato e sull’evoluzione della popolazione arranca, quasi sempre un passo indietro la realtà.

Sono passati quasi quaranta anni da quando nel 1987 Antonio Golini, compianto demografo dell’Università Sapienza di Roma, pubblicò uno dei primi lavori accademici che individuava l’eccesso di denatalità come novità sostanziale – e dalle conseguenze allarmanti – dell’andamento demografico italiano. «Il fenomeno di un declino tanto rapido, tanto intenso e tanto generalizzato della fecondità – scriveva l’autore – è del tutto nuovo nella storia conosciuta dell’umanità, sicché per quanto riguarda le conseguenze biologiche e le conseguenze sociali ed economiche di tale declino, della diminuzione dell’aumentare della popolazione e della forte crescita della proporzione di popolazione anziana e vecchia ancora poco o nulla sappiamo». Per anni però questo tipo di analisi è rimasto confinato a una ristretta cerchia interna al mondo accademico.

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