Io, arrestato preventivamente quattro volte e assolto dopo dieci anni: «La nascita di mio figlio mi ha salvato»

Antonio Lattanzi racconta l’errore giudiziario subito, un dramma per lui e per la sua famiglia. Ai carcerati «non una, non dieci, ma migliaia di volte passa l’idea di farla finita»

Quella di Antonio Lattanzi è una delle tante storie che gettano luce sul malfunzionamento e sulle assurdità della giustizia in Italia. Pochi giorni dopo aver ottenuto il risarcimento dello Stato italiano per l’errore giudiziario subito, ha deciso di raccontarla sabato, all’incontro “Giustizia? Esperienze a confronto per una riforma“, organizzato da Tempi e Panorama e trasmesso da Radio Radicale.
Nel 2002, Lattanzi, allora assessore comunale in un paese abruzzese, fu accusato di tentata concussione dalla Procura dell’Aquila e arrestato. Fu scarcerato dal Riesame «a causa della mancanza di gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari», ma il gip emise altre tre distinte ordinanze riportandolo in galera (ordinanze anch’esse in seguito annullate dal Riesame per le stessa motivazioni della prima). In pratica, «sono stato arrestato quattro volte», spiega Lattanzi: il gip lo metteva agli arresti, il Riesame annullava la carcerazione preventiva, il gip lo arrestava di nuovo. In questo modo, Lattanzi passò ottantatré giorni in carcere da innocente.

GLI ARRESTI. «Immaginatevi voi essere arrestato davanti alla moglie. Davanti a due figli, che allora avevano quattro e due anni». Lattanzi ha rievocato durante l’incontro il suo imbarazzo di fronte ai bambini. «Ogni volta che uscivo da casa, prima degli arresti, li salutavo con un bacio. Per tre volte non li ho potuti baciare. Mi chiedevano dove stessi andando insieme ai carabinieri. Cosa avrei potuto dire?». La quarta ordinanza di custodia cautelare gli fu notificata in prigione il giorno prima dell’annullamento della terza. «Praticamente il gip mi diceva: “Devi stare in carcere, ammettere le tue colpe” (che non c’erano)». «Ottantatré giorni al cospetto di certe situazioni sono nulla», ha detto Lattanzi, alludendo a chi è stato per anni in carcere da innocente, ma sono comunque durissimi.

IL FIGLIO. Il dramma della carcerazione preventiva coinvolse non solo lui, ma tutta la famiglia. «Io e mia moglie perdevamo sempre più la forza di reagire». Quando si parlavano nella sala colloqui del carcere («intercettavano pure quelle parole», ricorda con rabbia Lattanzi), «lei diceva che stava abbastanza bene, io dicevo che stavo discretamente». In realtà «stavamo sprofondando». «Sapevamo tutte e due di fingere» ma era un tentativo di darsi la forza necessaria per scongiurare il peggio. Perché, spiega Lattanzi, «a chi sta in carcere non una, non dieci, ma migliaia di volte passa l’idea di farla finita». Quando le forze ormai stavano venendo meno, «per paura che non riuscissi a reagire, dissi a mia moglie: “Troviamo qualcosa, aggrappiamoci a qualcosa”». Così decisero di avere il terzo figlio: «Perché quando un domani ci fossimo girati a guardare il dramma passato non ne avremmo sofferto». «Ora c’è una vita nuova: Francesco». La sua nascita «è stata l’ancora di salvezza che ci ha impedito di naufragare».

ASSOLTO. Lattanzi fu assolto in primo grado. Il pubblico ministero fece appello, chiedendo la prescrizione del reato. Benché potesse avvalersene, Lattanzi ricorse in Cassazione per avere una sentenza che lo scagionasse pienamente. E fu assolto. «Ho mantenuto la mia attività grazie al mio socio», spiega, «ma la gogna mediatica, l’onta di aver varcato la prigione non ce la si scrolla di dosso». Moltissimi perdono il lavoro», ricorda. «Io ho ottenuto la riparazione per ingiusta detenzione, ma c’è qualcuno che neanche questo riesce a ottenere». «Per questo», conclude, «non solo bisogna riformare la giustizia, la custodia cautelare e far rispettare il referendum degli anni Ottanta che chiedeva la responsabilità civile dei giudici, bisognerebbe anche inserire le vittime degli errori giudiziari nelle categorie protette».