Intervista definitiva su Stamina: «Altro che cure compassionevoli. Abbiamo pagato 50 mila euro, dentro una busta, nessuna ricevuta»

«Prelievo midollo: 2000 euro. Preparazione cellule: 27 mila euro. 8000 euro a iniezione, 2500 euro per la crioconservazione. Ma la verità è che abbiamo pagato molto di più: oltre 50 mila euro»

Paiono proprio fini i tempi in cui i giornali si genuflettevano a ogni parola di Davide Vannoni, il guru di Stamina. Soprattutto grazie al buon lavoro di inchiesta della Stampa, ormai sono più le critiche che gli applausi. Proprio oggi, sul quotidiano torinese è stata pubblicata un’intervista “bomba” in cui una donna accusa Vannoni di aver preteso da lei «50 mila euro in nero» per curare il marito, Umberto Mattavelli, deceduto il 12 marzo 2012 a 61 anni, undici giorni dopo l’ultima infusione.

CI HANNO TELEFONATO LORO. La signora Milena racconta dalla sua casa di Carvico (Bergamo) che «le parole esatte di Davide Vannoni sono state: “Stia tranquilla, le prometto che lo rimetto in piedi. Ripeteva che mio marito Umberto sarebbe guarito di sicuro. Servivano tante infusioni di cellule intelligenti, come le chiamava lui, ma alla fine ce l’avremmo fatta”». Invece Umberto è morto e il suo decesso è uno di quelli su cui si è aperta l’inchiesta di Torino. Malato di «Msa, una lenta e inesorabile atrofia multisistemica» per la quale non esiste cura, cade nella disperazione. Il primo fatto strano raccontato dalla signora Milena è che non fu la famiglia a cercare Stamina, ma quelli di Stamina a telefonare a casa loro: «Mi hanno detto di partire subito per Torino, che c’era questa nuova terapia. È lì che ha promesso la guarigione. Umberto ne sarebbe sicuramente uscito. Le cellule intelligenti si sarebbe fermate nella parte del cervello responsabile della malattia».

«OLTRE 50 MILA EURO». E qui inizia la parte più “forte” dell’intervista: «Ci hanno messo davanti questo foglio, l’ho tenuto – dice la donna -. Prelievo midollo: 2000 euro. Preparazione cellule: 27 mila euro. 8000 euro a iniezione, 2500 euro per la crioconservazione. Ma la verità è che abbiamo pagato molto di più: oltre 50 mila euro» dati «alla segretaria di Vannoni. La stessa di Torino, l’ho rivista a Brescia. Metteva i soldi dentro una busta, nessuna ricevuta».
«Non è vero che sono cure compassionevoli», racconta ancora Milena: «All’ospedale Burlo Garofalo di Trieste ho conosciuto due sposini che arrivavano dal Sud. Lui, carabiniere, malato. Hanno finito tutti i soldi per Stamina, al punto che hanno dovuto rinunciare».

IN QUELLE SIRINGHE. In realtà, spiega ancora la signora, di miglioramenti non ce ne erano, ma la speranza di una guarigione l’aveva vista su qualsiasi perplessità, anche su spostamenti sfiancanti e iniezioni sospette: «Ci facevano partire per Trieste al sabato. Ci venivano a prendere in hotel la domenica mattina. Per l’infusione, ci portavano nel reparto di pediatria, poi ci dimettevano in fretta e furia. Non capivamo neppure quale liquido ci fosse davvero dentro quelle siringhe. È stato un calvario durato cinque anni».

«ADESSO SPINGIAMO AVANTI I BAMBINI». Però, nota il giornalista, esiste una lettera di protesta firmata dalla famiglia Mattavelli contro la sospensione delle cure. La donna si giustifica così: «Lo so. Vannoni e Andolina ci facevano firmare. Dicevano che era necessario mobilitare l’opinione pubblica. A un certo punto, Andolina mi ha detto: “Adesso spingiamo avanti i bambini. Vedrà che in questo modo la cosa passa…”». A fermare una sua possibile denuncia sono state le immagini di «quei bambini che fanno vedere in Tv».
Una volta chiamò Vannoni dopo una sua intervista: «“La smetta di dire che sono cure gratuite”. E lui: “Le vostre sono state libere donazioni”. Ma quali donazioni? Con quale faccia? Siamo stati truffati, mio marito l’aveva capito, questa intervista la devo a Robi».

«GLI HO ACCORCIATO LA VITA». Quando il coniuge morì, chiamò Vannoni e Andolina:  «Urlavo, pazza di dolore. Mi hanno detto: “Ci dispiace, rimarrete sempre nei nostri cuori, eravate speciali per noi”». «Secondo i medici, mio marito doveva vivere 9 anni, dalla scoperta della malattia. Invece è morto dopo 5 anni appena. Magari per cercare di aiutarlo a guarire in tutti i modi, io gli ho accorciato la vita».