La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Davanti a certe iniziative giudiziarie è difficile non pensare male
Su Rai News si scrive:
«La Corte d’appello di Brescia, presieduta da Anna Dallalibera, ha confermato la condanna di primo grado a otto mesi per rifiuto d’atti di ufficio nei confronti dei due pm di Milano, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Secondo l’accusa di primo grado i due magistrati non hanno depositato atti favorevoli alle difese nel procedimento Eni-Nigeria, concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati».
Sono passati 33 anni da quando la procura di Milano ha sfasciato l’Italia. Oggi per fortuna ci sono giudici saggi e competenti che hanno impedito che si disgregasse quel gioiello dell’industria pubblica italiana che è l’Eni.
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Su Sky Tg24 si scrive:
«La sesta sezione penale della Suprema Corte, in sostanza, ha dichiarato “inammissibile” il ricorso della procura milanese, confermando così la revoca delle ordinanze d’arresto, decisa dal Riesame, per Catella, per Scandurra e per Bezziccheri. Il sostituto pg di Cassazione, Cristina Marzagalli, aveva chiesto di dichiarare infondati i ricorsi presentati dalla procura contro i provvedimenti del Riesame per Scandurra e Bezziccheri e proposto il rigetto dell’atto di impugnazione dei pm milanesi su Catella. Nell’atto del pg, in particolare, è stato segnalato “che le risultanze in atti non dimostrano la formazione, né l’operatività di un accordo corruttivo tra Scandurra e Catella”, anche considerato il fatto che non sia possibile sostenere che “i pagamenti delle fatture da parte” di Coima “siano riconducibili ad un accordo corruttivo anziché correlate ad attività professionale effettivamente prestata da Scandurra e regolarmente contabilizzata”. Stessa linea è stata portata avanti per quanto concerne la posizione del costruttore Bezziccheri».
Un’inchiesta esagitata di pm convinti di doversi sostituire alla politica ha confuso i gravissimi guasti amministrativi dello sciagurato Beppe Sala con indeterminati reati penali. Grazie a Dio ci sono ancora giudici non solo a Berlino, ma anche a Roma.
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Sul Post si scrive:
«Secondo la procura Tod’s aveva affidato a società esterne le ispezioni per verificare il rispetto della legge negli stabilimenti in cui venivano prodotti i capi, ma non aveva poi tenuto “minimamente conto” dei risultati delle ispezioni, secondo cui ci sarebbero stati “numerosi indici di sfruttamento”.
L’indagine è seguita da Paolo Storari, il pubblico ministero che negli ultimi anni ha avviato una serie di inchieste contro grandi marchi della moda e del lusso (ma anche della logistica e della grande distribuzione) accusandoli di non fare abbastanza per prevenire gli episodi di sfruttamento, caporalato o evasione fiscale presenti nelle loro filiere produttive, e in particolare nelle aziende più piccole che producono capi in appalto o in subappalto per conto del marchio committente.
Il modo di agire di Storari – finora in Italia non ce ne sono stati altri simili e per questo è stato chiamato “metodo Storari” – è discusso e rilevante perché per la prima volta identifica come responsabili dei reati non solo le aziende che lavorano in appalto o subappalto, ma direttamente i marchi committenti, anche se non hanno formalmente responsabilità penali (perché non hanno, o sostengono di non avere, il controllo sull’attività delle aziende più piccole inserite nella loro filiera). È anche un metodo criticato: diversi giuristi lo contestano ritenendo che abusi dei poteri di un pubblico ministero per fare un utilizzo politico della giustizia, anziché limitarsi a punire i singoli reati.
Il caso di Tod’s però è diverso. In altri Storari aveva chiesto al tribunale di sottoporre le aziende a misure preventive come l’amministrazione giudiziaria, che non ha conseguenze penali e consiste nel nominare uno o più funzionari che correggano i meccanismi illeciti all’interno di una filiera: nel caso di Tod’s (per cui comunque Storari aveva già chiesto l’amministrazione giudiziaria), l’accusa riguarda precisi reati.
Simone Bernardini, Mirko Bartoloni e Vittorio Mascioni, i tre dirigenti indagati, all’interno di Tod’s sono responsabili a vario titolo proprio di controllare la filiera e la correttezza delle pratiche al suo interno. A differenza di quanto accaduto con precedenti inchieste, in questo caso la procura ritiene di avere sufficienti elementi per dimostrare che i tre sapessero dello sfruttamento nelle aziende che lavoravano direttamente o indirettamente per Tod’s, attraverso il risultato delle ispezioni che avrebbero ignorato: la novità è il cosiddetto “dolo”, il principio per cui una persona compie consapevolmente un reato. Tod’s è indagata come società – cosa che normalmente non accade, le persone vengono indagate – in quanto secondo la procura non si è dotata di un modello organizzativo in grado di evitare che i propri amministratori e dirigenti compissero reati nell’interesse o a vantaggio dell’impresa, resi possibili da carenze della struttura organizzativa.
Le accuse della procura sono in contraddizione con quanto detto dal presidente di Tod’s, Diego Della Valle. Il mese scorso, quando si era saputo che Storari aveva chiesto l’amministrazione giudiziaria, Della Valle aveva definito le accuse “pesanti e ingiuste”, invitato Storari a visitare gli stabilimenti e lo aveva accusato di agire in maniera “superficiale”, aggiungendo che indagini di questo tipo rischiano di danneggiare enormemente il “made in Italy”».
Forse bisognerebbe chiedere a qualche luminare del diritto o anche a qualche filoso morale di tenere alcune lezioni a Porta Vittoria spiegando la differenza tra operatori della giustizia e giustizieri.
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Su Firstonline Franco Locatelli scrive:
«L’indagine della procura di Milano sulla privatizzazione del Monte dei Paschi e sulla scalata della banca senese e dei suoi principali partner privati (Caltagirone e Delfin) è benvenuta ma chiariamolo subito senza mezzi termini: questa non è materia da tifoserie da stadio. I dubbi e i sospetti sulle modalità e su un possibile “concerto” con cui sono avvenute le due operazioni che hanno terremotato la finanza italiana sono più che leciti ma le sentenze lasciamole alla magistratura e alle autorità di vigilanza. Semmai colpisce un fatto: il timing, che è sempre un fattore decisivo e più che mai in finanza. Un conto era intervenire prima che la scalata a Mediobanca si compisse, come aveva inizialmente promesso la procura di Milano, e un conto è farlo adesso quando i buoi sono già scappati dalla stalla. Non è la stessa cosa, a prescindere da quello che succederà e che per ora è difficile immaginare, sia che tutto finisca in un nulla di fatto sia che la magistratura sia in grado di dimostrare che sono stati commessi reati e che il “concerto” tra soci non era solo un’ipotesi».
A proposito di tempi: ma si può mandare un comunicato su indagini intorno a fondamentali imprese e banche nazionali a Borsa aperta? Si può fare un’indagine su una complessa operazione finanziaria senza interpellare il governo, la Consob e Bankitalia? Di fronte a questi comportamenti è difficile contrastare i maligni osservatori che sostengono che certe iniziative coincidono con l’apertura della campagna sul referendum per la separazione delle carriere. Per non parlare di quelli che vedono in queste mosse la Provvidenza di Francesco Saverio Garofani che si è messa in marcia.
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