«In Pakistan ci sono altre duecento Asia Bibi in pericolo»

Shaan Taseer chiede a Washington libertà e giustizia per centinaia di prigionieri accusati di blasfemia. Come il giovane Nabeel o il professor Hafeez. Chi li difende rischia la vita, «ma non possiamo più tacere»

«L’assoluzione di Asia Bibi è una vittoria per l’umanità, è una vittoria per la dignità umana ed è una vittoria del buon senso» ma «mentre celebriamo queste vittorie dobbiamo anche sapere che in Pakistan ci sono altre 200 Asia Bibi, duecento persone accusate di blasfemia». Chiede giustizia e libertà per tutte loro Shaan Taseer, protagonista di un potente discorso al secondo Ministerial sul progredire della libertà di religione che si è tenuto a Washington dal 16 al 18 luglio.

LA BATTAGLIA DEI TASEER

Promosso dal Dipartimento di Stato Usa, il summit ha radunato oltre mille rappresentanti di governi, organizzazioni internazionali e leader religiosi che hanno potuto ascoltare le testimonianze di molti sopravvissuti a situazioni di persecuzione per la loro fede. Tra questi appunto Shaan Taseer, figlio di Salman Taseer, il governatore musulmano del Punjab assassinato nel 2011 a Islamabad per avere difeso pubblicamente Asia Bibi e avere criticato la legge sulla blasfemia. Oggi Shaan vive negli Stati Uniti, dove continua a battersi contro la legge del Pakistan che ha chiuso in carcere centinaia di persone, una legge che ha pubblicamente definito «disumana e ingiusta»: per questo un gruppo islamista, Tehreek Labaik Ya Rasool Allah, ha emesso una fatwa per chiederne la condanna e l’uccisione.

IL PICCOLO NABEEL E IL PROF HAFEEZ

«Mio padre aveva giurato che non avrebbe permesso la condanna Asia Bibi e che non sarebbe stata commessa questa ingiustizia finché sarebbe stato governatore. L’aveva incontrata in prigione, le aveva dimostrato di essere al suo fianco. Per lei aveva chiesto la grazia e la riforma della legge sulla blasfemia», ha dichiarato Taseer a Washington, prima di ricordare le vittime di una legge che ha portato suo padre alla morte: donne, anziani, bambini, poveri, disabili, per la maggior parte analfabeti e sbattuti in prigione senza essere state processate. Tra questi il sedicenne Nabeel Masih, in carcere dal 2016 con l’accusa di aver pubblicato un’immagine blasfema su Facebook (il ragazzino, che ha sempre negato di aver scritto quel post, si trova ancora in attesa di giudizio). O Junaid Hafeez, docente universitario musulmano accusato di aver insultato Maometto nel marzo 2013 durante una delle sue lezioni: il suo avvocato, Rashid Rehman, minacciato di morte durante un’udienza del processo a carico del suo assistito, è stato assassinato nel 2014 nel suo ufficio a Multan, nel sud del paese.

LIBERATA ASIA BIBI, IL MONDO TACE

Dati ufficiali sui prigionieri accusati di blasfemia in Pakistan non esistono, ma secondo le organizzazioni umanitarie, ha spiegato Taseer, sono almeno 200, di cui 40 nel braccio della morte. «Asia Bibi è stata la nostra bandiera ma dopo la sua liberazione rischiamo che mondo pensi che la questione sia finita». La comunità internazionale, dopo aver chiesto a gran voce la liberazione della donna cristiana, assolta dalla Corte Suprema pakistana lo scorso autunno dopo aver trascorso circa un decennio nel braccio della morte, sembra infatti essersi chiusa in un poco religioso silenzio.

Foto Ansa