«In Occidente già non si parla più di Siria ma la situazione è critica. Una bomba è esplosa in un nostro convento»

Tommaso Saltini, direttore di Ats pro Terra Sancta, racconta a tempi.it il lavoro dei frati francescani in Siria. A Damasco è ricominciato il catechismo

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«Ad Aleppo la situazione è critica, i conventi sono stati danneggiati ed è anche esplosa una bomba in una stanza di un convento. A Damasco la situazione è migliore ma non si può uscire dalla città». Parla così a tempi.it Tommaso Saltini, direttore di Ats pro Terra Sancta, l’associazione che si occupa di raccogliere fondi per la Siria per conto della Custodia di Terra Santa. «Noi siamo agli unici a fare arrivare gli aiuti direttamente in Siria attraverso i nostri conventi all’interno del territorio sconvolto da oltre due anni di guerra. Abbiamo già raccolto tantissimo ma dobbiamo andare avanti perché gli aiuti sono vitali».

Dove siete presenti in Siria?
Abbiamo una decina di frati sparsi in diverse città. Siamo a Latakia, al nord in diversi villaggi dell’Oronte, vicino al confine con la Turchia, ad Aleppo e Damasco.

Qual è la situazione?
Latakia è il luogo più tranquillo, ci sono parrocchie e centri per giovani. Avevamo anche delle scuole, che però sono state sequestrate già al tempo di Assad padre. Uno dei villaggi dell’Oronte abbiamo dovuto abbandonarlo a causa di un attacco, in altri due la situazione è difficile, non riusciamo a comunicare con i frati, che raramente si fanno vivi. Sappiamo che nei conventi ospitano decine di famiglie, rifugiati e sfollati, cristiani e musulmani, a cui forniscono beni di prima necessità.

Qual è la difficoltà più grande?
È molto difficile reperire medicinali. Ci sono solo quelli di fabbricazione locale ma il mercato regolare è ormai scomparso. I frati vanno avanti con le scorte e gli aiuti che riusciamo ad inviare loro grazie ad alcuni religiosi che fanno la spola tra la Siria e il Libano. La situazione più critica è ad Aleppo.

Cosa sta succedendo?
Non è facile saperlo perché le comunicazioni sono interrotte. Da Damasco ci hanno detto che i conventi sono stati danneggiati e una bomba è esplosa in una stanza di un convento. Non sappiamo bene neanche chi sia stato.

I frati non rischiano di essere rapiti?
I rapimenti continuano ad esserci e per questo uscire dai conventi è rischioso. Il fenomeno resta diffuso e tutti devono muoversi il meno possibile. Il rapporto con i musulmani è buono, tanto quanto prima, ci si aiuta a vicenda, il problema sono i gruppi di diverse estrazioni che arrivano da fuori.

A Damasco si riesce ancora a vivere normalmente?
Cercano di andare avanti. I nostri frati sono a Bab Touma, dove hanno piccoli asili che ricevono ogni mattina circa 165 bambini. Due giorni fa hanno potuto festeggiare la festa di san Anania, santo di Damasco, e c’è stata la messa. Ieri invece si è celebrata la festa di san Francesco ed è ricominciato il catechismo. Diciamo che i frati cercano di andare avanti, anche se è difficile.

Perché?
Il fattore peggiore è la paura, si teme che possa succedere qualcosa da un momento all’altro. La popolazione, poi, non sa niente di preciso di quello che accade nel paese e questo crea ansia e angoscia. In Occidente ora non si parla più di Siria, perché l’attacco americano per fortuna è stato sventato, ma gli scontri vanno avanti e la confusione nuoce alla popolazione.

Come procede la vostra raccolta fondi?
Siamo stupiti perché abbiamo ricevuto moltissime offerte, spesso piccole dai privati, anche dai poveri. I fondi vengono portati fisicamente in Siria e questa è una garanzia del loro impiego corretto. Ci sono arrivate offerte perfino dalla Cina e da Singapore, ma dobbiamo andare avanti perché gli aiuti sono vitali.

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