«In Europa morivamo di fame». Dalla guerra ai campi profughi. E ritorno a casa, in Iraq

Surkaw Omar e Rebien Abdullah, come altri 4.300 migranti nel 2015, sono tornati nel Kurdistan dopo aver vissuto in un campo profughi tedesco e svedese. «Non ne vale la pena»

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Hanno speso tutto quello che avevano per scappare dalla guerra che infuria in Iraq e Siria, nella speranza di trovare un futuro migliore in Europa. Ma dopo aver avuto un assaggio dei campi profughi europei, hanno deciso di tornare indietro perché «in Occidente non è come dicono».

DALL’IRAQ ALLA GERMANIA. È questa la storia di Surkaw Omar (a sinistra nella foto) e Rebien Abdullah, entrambi curdi sulla ventina. Hanno speso 8 mila dollari per il viaggio e per raggiungere dopo aver rischiato la vita un campo profughi in Germania. «Si stava malissimo», racconta Omar all’Associated Press. «Sinceramente, morivamo di fame. Siamo scappati via per non fare la fame. Ci davano del tè, un po’ di formaggio e 30 euro a settimana. Non bastavano».

GERMANIA-SVEZIA-GERMANIA. Lasciata la Germania, Omar e Abdullah hanno tentato la fortuna in Svezia. «Siamo arrivati durante l’inverno, si congelava», continua il curdo. «Mi hanno messo in una stanza con tre siriani che parlavano arabo: io non capivo la loro lingua, loro non comprendevano il curdo. Comunicare era impossibile». Dopo essere tornati in Germania hanno capito che non sarebbero riusciti a condurre una vita dignitosa in Europa e hanno lasciato perdere. «Ci siamo detti: torniamo a casa. È meglio che qui».

OLTRE 4.300 RITORNI. Omar e Abdullah non sono gli unici iracheni o siriani ad aver compiuto a ritroso un viaggio che speravano di sola andata. Secondo la Federazione rifugiati iracheni, solo l’anno scorso almeno 100 mila iracheni sono scappati in Occidente. Ma attraverso l’Organizzazione internazionale per la migrazione (Iom), con sede a Ginevra, tanti fanno ritorno. Si tratta di oltre 100 rifugiati al mese da gennaio ad agosto, 350 a settembre, 761 in ottobre e 831 nel gennaio del 2016. In tutto l’arco del 2015 e nel primo mese 2016, l’Iom ha aiutato a rimpatriare 4.305 persone.

«PERDONO LA SPERANZA». «Difficile sapere quale sia l’entità reale del fenomeno», spiega Sandra Black, ufficiale per l’Iom in iraq, «ma è in crescita. Tornano indietro perché perdono la speranza di ottenere il permesso di risiedere in Europa, perché non trovano lavoro o non riescono a riunirsi con i familiari. A causa dei tanti arrivi, le procedure richiedono sempre più tempo e molti rinunciano».

«NON VALE LA PENA». Abdullah nel Kurdistan guidava il taxi e viveva meglio. «Tutti mi dicevano che in Europa sarebbe stato così e cosà. Ma non è vero: la vita in Europa è davvero dura. Noi non avevamo il tempo di aspettare [per le procedure] e abbiamo capito che non vale la pena lasciare la tua famiglia e rischiare la vita per un permesso di residenza».

Foto Ansa/Ap


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