Dall’Ilva di Taranto si alza un fumo che sa tanto di elezioni anticipate

Renzi si è impegnato per decreto al salvataggio dell’acciaieria, ma ci vogliono bei quattrini per ricapitalizzare un’azienda che ha 1,5 miliardi di debiti e il 75 per cento degli impianti sequestrati. Tanti da generare un sospetto

«Il primo decreto dell’anno, il numero 1/2015 riguarda Taranto. Questa città bella e disperata è il punto di partenza del nostro anno. Salvataggio di Ilva insieme al salvataggio dei tarantini e dei loro figli». Commovente messaggio quello con cui Renzi ha salutato la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto per Taranto. «Peccato non ci siano le coperture». Così dicono quelli che nel salva-Ilva vedono la pistola fumante di elezioni anticipate.

A maggio? «Manca solo la data e il nome del presidente della Repubblica che le indirà». Parola di gufo. «Tra il rischio che Bruxelles peschi la carta falsa nella nostra legge di stabilità e dopo le elezioni greche si scateni la tempesta in Europa, come ne usciamo quando si vedrà che per Ilva non ci sono soldi?». In effetti ci vogliono dei bei quattrini per ricapitalizzare un’azienda che in due anni ha perso 2,5 miliardi di patrimonio e ha una pila di 1,5 miliardi di debiti.

Pagati gli stipendi di dicembre (con i prestiti bancari) e prorogata fino al 31 gennaio (per Autorità dell’energia) la fornitura di gas, resta poco da intuire sul destino di un’azienda a tutt’oggi gravata da provvedimenti giudiziari di sequestro che coprono il 75 per cento degli impianti. Ammesso (e non concesso) che Renzi riesca a sfilare gli 1,2 miliardi congelati ai Riva dai magistrati di Milano (ma sono sigillati in trust anglo-americani), Ilva non può impegnarli nella ricapitalizzazione perché sono soldi già destinati alle bonifiche ambientali. Molto più facile immaginare il tweet definitivo. «#Gufi contro riforme? E io voto».