“Il velo dipinto” di Somerset Maugham non è la “Commedia” né “I promessi sposi”, ma non credevo che mi sarei ritrovato a divorarlo, ammutolito dalla grandezza di certe pagine
Greta Garbo in Il velo dipinto di Richard Boleslavsky (1934), film ispirato all’omonimo romanzo di William Somerset Maugham
Fine Ottocento. Uno spiantato giovanotto inglese si aggira per Firenze riuscendo a rimanerci sei settimane con in tasca appena venti sterline. Visita le chiese famose, s’imbambola davanti a Botticelli, a due passi dalla cupola del Brunelleschi prende ripetizioni di italiano dalla figlia della sua proprietaria di casa, una ragazza giovane ma già vedova. È lei a condurre le dita incerte di questo straniero mingherlino giù giù lungo i versi della Commedia, fino a imbattersi nel quinto canto del Purgatorio. «Siena mi fé, disfecemi Maremma», eccetera: una vicenda, quella di Pia de’ Tolomei, destinata a imprimersi a fondo nell’animo del ragazzo, che se la rigirerà tra le mani del cuore per anni e anni, finché, dopo un viaggio in Cina, quel ricordo fiorentino riaffiorerà in forma di romanzo.
È questa la genesi de Il velo dipinto (1925), secondo come ce la racconta l’autore stesso, ossia William Somerset Maugham, uno dei più prolifici e successful autori britannici del secolo scorso. Io ci son...
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