Il tramonto della storia in Occidente
Già ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia, Giovanni Belardelli va riflettendo da anni sulla crisi della storia nel nostro Paese e nel mondo occidentale. Non solo tramite alcune pubblicazioni, ma pure dalle colonne del quotidiano Il Foglio. È da poco uscito per l’editore Rubbettino un piccolo volume proprio sul tema: Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea.
Professore, lei esordisce con una presa d’atto che a qualcuno può sembrare eccessivamente pessimistica. Ma che, a ben vedere, sembra di un realismo cristallino: scrive, in sostanza, che in Occidente è in corso un vero e proprio «tramonto della storia». Ci può spiegare a grandi linee che cosa intende?
Mi riferisco non tanto alla scarsa conoscenza della storia, che pure ormai è dilagante anche presso i ceti che un tempo si definivano “colti”, quanto alla progressiva perdita della dimensione stessa del passato per l’operare di vari e diversi fattori che analizzo nel libro: dalla scuola alla crisi dello Stato nazionale, dal proliferare di leggi sul passato al fenomeno – americano ma non solo – della cancel culture. Questa crisi, che ormai viene generalmente riconosciuta in tutte le democrazie euroatlantiche, rappresenta un problema per una società democratica. È vero infatti che le democrazie si fondano sul principio della sovranità popolare, ma il popolo a cui ci si riferisce è sempre un popolo particolare, prodotto di una specifica storia. Ed è la dimensione del passato, la percezione di essere un prodotto della storia che ci rende consapevoli dei nostri punti di forza e di debolezza. Cosa succederà se il passato – come avviene sempre più, soprattutto per i nativi digitali – si dissolve nell’eterno presente di una Rete in cui tutto avviene ora?

In un capitolo emblematico fin dal titolo – La scuola contro la storia – lei sostiene che nel mondo della scuola si è incistato un bislacco metodo di insegnamento: quello della “didattica delle competenze”. Cosa implica, questo, rispetto all’apprendimento del passato?
Per la didattica delle competenze, che si tratti della storia o di qualunque altra disciplina, il come si insegna è più importante del cosa si insegna. Secondo gli esponenti di questa visione della didattica – per nulla nuova come a volte si sostiene, poiché si sviluppa nel mondo anglosassone decenni fa – è perfino sbagliato ritenere che esistano da qualche parte dei contenuti da trasmettere. La didattica trasmissiva (in sostanza, la lezione dell’insegnante) è rifiutata in blocco, a favore di un apprendimento autogestito dagli alunni, di una conoscenza per così dire “autoprodotta”, nella quale l’insegnante svolgerebbe soltanto la funzione di mediatore. Possono sembrare delle assurdità, ma queste assurdità hanno dominato le direttive del ministero dell’Istruzione negli anni passati, dando luogo a un “didattichese” tanto influente quanto incomprensibile, gestito da una casta di pedagogisti che condividevano il nuovo “verbo”. Per fortuna il buonsenso degli insegnanti ha limitato i danni e le lezioni di storia hanno continuato a occuparsi di contenuti – fatti, fenomeni, interpretazioni – senza i quali la storia stessa come disciplina scomparirebbe.
Un altro capitolo molto godibile, L’età della memoria, sembra diretto agli “intellettuali di professione”, soprattutto gli storici i quali, invece di cercare di capire un evento, passano subito a condannarlo. Sennonché, come osserva lei, si tratta di «operazioni mentali molto diverse»: la prima è tipica del mestiere dello storico rettamente inteso; la seconda, invece, è propria dei moralisti pedagoghi che vorrebbero, appunto, moralizzare la storia. Quali sono le conseguenze di tutto ciò?
L’età della memoria nasce a partire dalla memoria della Shoah, è anzitutto una memoria delle vittime, che è cosa diversa dalla ricostruzione storica degli avvenimenti che hanno prodotto quelle vittime. È perciò naturale che, così legata al ricordo e all’esperienza personale, la memoria si leghi a una condanna morale. Non è questo però il compito dello storico, che deve anzitutto comprendere (c’è bisogno di dirlo? Comprendere non vuol dire certo giustificare) perché certi avvenimenti, anche i più terribili e ripugnanti, si siano verificati. Ma, a proposito di età della memoria, oggi assistiamo a un capovolgimento, che si stava delineando già quando ho terminato di scrivere il mio libro. La deriva antisionista e per larga parte antisemita delle opinioni pubbliche occidentali “pro Pal” ha cercato di spossessare gli ebrei del loro carattere di principali vittime della “religione della memoria”, facendone incredibilmente i nuovi carnefici, responsabili di un “genocidio”.
L’ultima domanda non può che riguardare la cancel culture, che lei tratta in un apposito capitolo. Bizzarramente (ma non troppo in realtà), vi sono molti intellettuali che obiettano, se non la sua inesistenza, quantomeno la sua non pericolosità. È davvero così? Non è forse la manifestazione mai sopita di un certo giacobinismo?
La cancel culture – così chiamata, non va dimenticato, dai suoi critici – si fonda sulla pretesa, che nega alla radice la dimensione stessa della storia, che chi è erede di minoranze nel passato oppresse, sfruttate, vittime di violenze spesso terribili, possa e debba oggi sottoporre i responsabili di certe azioni a un giudizio formulato sulla base dei criteri attuali. In questo modo, i Padri fondatori dell’indipendenza americana vengono inevitabilmente colpiti da una condanna radicale perché possedevano due schiavi, cosa che al loro tempo non era affatto un reato. Con lo stesso criterio si potrebbe condannare l’intera società europea fino almeno al XIX secolo per la condizione di soggezione giuridica, economica, sociale sofferta dalle donne. Se nelle università e negli ambienti liberal americani si è accettata questa critica così profondamente antistorica è per quel senso di colpa nei confronti degli oppressi (neri e nativi americani) diffuso da tempo tra l’intellighenzia democratica degli Stati Uniti.
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