Il reddito di cittadinanza grillino non è un reddito di cittadinanza

La proposta, più che essere una misura di contrasto alla povertà, sembra un incentivo all’ozio e al lavoro nero. Intervista all’economista Carlo Stagnaro

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«Il M5s che porta il reddito di cittadinanza agli italiani è come Prometeo che porta il fuoco agli uomini. Come l’uso del fuoco ha scatenato la rivoluzione che ha permesso il progresso dell’uomo, così il reddito di cittadinanza è l’inizio di una rivoluzione che restituisce dignità agli italiani». Con queste parole Beppe Grillo ha invitato dal suo blog i grillini a partecipare alla «marcia contro la povertà» di sabato 20 maggio, tra Perugia e Assisi. Questa iniziativa è servita a richiamare l’attenzione su uno dei cavalli di battaglia del programma di governo a cinque stelle, cioè la proposta di garantire un reddito di almeno 780 euro mensili ai 9 milioni di italiani a rischio di povertà. Questa misura tocca un tema caldo, specialmente alla luce dei nuovi dati dell’Istat, usciti settimana scorsa, che hanno rilevato 1,6 milioni di famiglie in stato di povertà assoluta. Come si legge sul blog, per i grillini «non si tratta di una misura assistenzialista, ma di una vera e propria manovra economica», in grado di far ripartire l’economia e di agevolare le piccole e medie imprese.

INCENTIVO A OZIO E LAVORO NERO. «Bisognerebbe precisare subito che quello promesso dal M5s non è affatto, dal punto di vista tecnico, un reddito di cittadinanza» obietta Carlo Stagnaro, fellow dell’Istituto Bruno Leoni. «Non si tratta infatti del diritto riconosciuto universalmente a tutti i cittadini a ricevere un reddito pari a una certa cifra, ma di un reddito minimo, un’integrazione». La misura proposta dai grillini è quindi «la più distorsiva possibile perché può indurre chi lo riceve a non sforzarsi nemmeno per cercare un impiego, o a ricorrere al lavoro in nero, pur di non perdere questo aiuto. Bisogna considerare la realtà dei fatti». Secondo Stagnaro quindi «il problema alla base è l’utilità della proposta in sé e per sé, perché, formulata in questo modo, più che essere una misura di contrasto alla povertà sembra un incentivo all’ozio e al lavoro nero».

COPERTURE VAGHE. Si pone poi il problema di dove lo Stato possa reperire i fondi, che il Movimento stima essere tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Come riportato dal Sole 24 Ore, il M5s conta di trovare le coperture necessarie attraverso una serie di misure, tra cui: tagli alla spesa della pubblica amministrazione, aumento della tassazione per banche e assicurazioni, ma anche per multinazionali del gas, del petrolio e del gioco, e tagli a vitalizi, indennità parlamentari, auto blu e altri «privilegi della casta». Di Battista scrive sul blog: «Il nostro reddito costa 17 miliardi di euro all’anno e lo avete visto, hanno trovato 20 miliardi di euro in 24 ore per salvare le banche».
«Di questo piano la cosa curiosa è la previsione di ricavare 1,5 miliardi di euro dalla soppressione del Fondo per il sostegno alla povertà. Quest’ultimo è invece uno strumento di welfare molto selettivo e dedicato a chi è realmente indigente. È quanto meno bizzarra la loro idea di chiudere una misura del genere per andare a crearne una molto meno selettiva, che appunto potrebbe avere degli effetti perversi». Al di là di questo singolo aspetto, Stagnaro rileva che si tratta nel complesso di «coperture estremamente vaghe. In astratto si tratta di misure fattibili, però un governante serio deve dire come, concretamente, operare questi tagli ed esattamente quali voci di spesa andare a toccare. Bisogna valutare se, passando dal generale al particolare, si è in grado di far fronte all’ovvia pressione che si verrà a creare da parte della politica e di quanti subiranno questi tagli. Altrimenti è come professarsi favorevoli alla pace del mondo, senza indicare vie concrete e perseguibili per raggiungere lo scopo».

Foto Ansa

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