Il piano lavoro del Pd e la retromarcia di Renzi: «L’articolo 18 non è una priorità»

In segreteria Renzi presenta la squadra che si occuperà del Job act: «Riforma del lavoro gigantesca, ma non è prioritario toccare l’articolo 18». In cantiere un sussidio universale e norme più snelle per le assunzioni

Una rivoluzione nel mondo del lavoro con contratti senza articolo 18 (o meglio senza l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato ingiustamente): anzi no, l’articolo 18 può anche rimanere. Clamorosa marcia avanti e indietro nel giro di poche ore per Matteo Renzi sul “Job act”, il piano del lavoro del Pd. Ieri erano state pubblicate dal Corriere le prime indiscrezioni su questo Job act, in arrivo per gennaio, anticipazioni che non hanno ricevuto alcuna smentita e che avevano raccolto persino il plauso di Confindustria oggi. Ma da quanto si apprende, alla segreteria del Pd di oggi pomeriggio, il segretario avrebbe sottolineato che «La priorità non è l’articolo 18», ma creare lavoro.

IL PIANO LAVORO DI RENZI. Al job act starebbero lavorando oltre ai diretti responsabili per materia nella segreteria (Marianna Madia responsabile al Lavoro, Filippo Taddei all’Economia, e Davide Faraone al Welfare) anche il deputato e consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld e la responsabile alle Riforme e deputata Maria Elena Boschi. Il piano riprenderebbe il progetto che Renzi ha già presentato alla Leopolda fin dal 2011, quando il suo consulente era ancora il giuslavorista Pietro Ichino, e che si ispira alla fexsecurity del Nord Europa. In pratica il progetto è rendere più appetibili per le aziende nuovi contratti stabili – anziché la giungla di contratti precari – rinunciando per i nuovi lavoratori alla tutela forte dell’articolo 18 (dato che comunque nei contratti precari per lo più usati oggi non esiste) e prevedendo nel caso del licenziamento senza giustificato motivo un indennizzo. Altro asse della riforma sarebbe una rivoluzione nel sistema del welfare, con tutele universali (al posto ad esempio della Cassa integrazione solo per alcune categorie), con uno strumento tipo reddito di cittadinanza, ma anche una rivoluzione delle politiche attive per il lavoro, con un rinnovato ruolo per i centri per l’impiego.

AMICI E NEMICI. Tale piano ovviamente ha il difetto di mettere a priori contro il Pd l’intero universo dei sindacati. Stamattina però questo progetto aveva già raccolto il pieno sostegno di Confindustria, che attraverso il presidente Giorgio Squinzi ha dato la benedizione: «Con i ritmi di crescita del Pil ipotizzati dal Centro studi – ha detto Squinzi – non torneremo ai livelli del 2007 nemmeno nel primo semestre 2021. Bisogna cambiare passo e registro». Il piano del lavoro di Renzi «Sicuramente va nella direzione giusta».

«L’ARTICOLO 18 NON E’ UNA PRIORITA’». Poche ore dopo queste dichiarazioni, la segreteria del Pd ha risolto quella che agli occhi di tutti appariva un po’ come una stranezza, un piano di lavoro dei democrats italiani che aveva il consenso di Squinzi e se ne infischiava degli strali della Cgil. Così Renzi ha cercato di placare gli animi «La modifica dell’articolo 18 non è la priorità» ha rassicurato gli animi probabilmente già surriscaldati dell’ala più left del partito. Il segretario ha aggiunto: «Il piano per il lavoro è la priorità numero uno del Pd»: punterà a garantire comunque l’indennità di disoccupazione/reddito minimo universale, a migliorare i centri per l’impiego, semplificare le norme sulle assunzioni ma non per forza andando a toccare l’articolo 18. Debora Serracchiani, responsabile della segreteria Pd per le Infrastrutture, al termine dell’incontro ha confermato che «Sul lavoro siamo all’opera su una riforma che Matteo Renzi ha definito gigantesca. È estremamente riduttivo parlare solo di articolo 18. Abbiamo l’ambizione di creare lavoro e tutte le azioni necessarie saranno valutate. È uno degli obiettivi che ci siamo posti quando abbiamo parlato di un patto alla tedesca con le forze di governo»