Il pericolo di manifestare liberamente il proprio pensiero

L’articolo 21 della Costituzione è sempre più disatteso. Come dimostrano i casi Ricci e Gandolfini

Caro direttore, come ci ha detto il solito comico (questo è il loro momento), la nostra è “la più bella costituzione del mondo”. Non so se questo sia vero o no, ma so che molti articoli della nostra carta fondamentale vengono sempre più ignorati, se non violati.

Mi riferisco, per esempio (forse il più clamoroso), all’articolo 21, il quale, nel primo comma così recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», dove “manifestare” significa potere dire in pubblico il proprio pensiero, uscendo dall’ambito del proprio privato. Ebbene, si sta sviluppando, in misura sempre più preoccupante, un “pensiero unico” imposto dal “politicamente corretto”, che viola palesemente quanto prescritto dall’articolo 21.

Sarebbero moltissimi gli esempi da fare: mi limito ad alcuni, già noti, ma da non dimenticare. Giancarlo Ricci, psicanalista, è stato sottoposto, dal proprio ordine professionale, ad un procedimento disciplinare, durato tre anni, per avere detto, in una concitata trasmissione televisiva, che per la crescita equilibrata di un bambino occorre la presenza di una madre (donna) e di un padre (uomo). Per avere detto una cosa quasi banale, detta e praticata per millenni dall’intera umanità, Ricci ha rischiato di non potere più svolgere la propria attività professionale. Non è stato “condannato” solo perché nel collegio giudicante 7 membri hanno votato sì e 7 hanno votato no. Si potrebbe dire che è stato assolto per mancanza di prove, anche se la sentenza si rammarica di non avere potuto condannare il dr. Ricci. Rimane il fatto che il 50% degli psicologi lombardi (posto che la composizione dell’ordine rispecchi il pensiero dell’intera categoria) ritiene che il dr. Ricci avrebbe dovuto stare zitto, in barba all’articolo 21 della costituzione. Di questo non possiamo non preoccuparci.

Recentemente, Massimo Gandolfini è stato condannato, in primo grado, dal tribunale di Verona, al pagamento di 30.000 euro per avere espresso l’opinione che vi sia una commistione tra la cultura gender ed il pensiero che, per alcuni versi, giustifica la pedofilia. Vi sono molti documenti scritti che giustificano la tesi scientifica di Gandolfini, ma di essi è proibito parlare, perché la cosa non è gradita al mondo Lgbt.

Nella città capitale del Paese con la più bella costituzione del mondo, alcuni mesi fa è stato proibito di affiggere un manifesto che esprimeva chiara contrarietà alla pratica dell’aborto. In questi casi c’è sempre qualcuno che si offende (mentre non si sente mai un’espressione di dolore per la soppressione di circa 100.000 bambini l’anno) ed allora il potere costituito si avvale del potere illegittimo di vietare l’affissione di quei manifesti.

Occorre ricordare che la dizione dell’articolo 21 fu dettata ai padri costituenti dal desiderio di superare definitivamente la violazione di questa libertà messa in atto ferocemente dal regime fascista. In questo caso, l’amministrazione romana ha adottato lo stesso sistema di quel regime.

Purtroppo, tutto questo andazzo antiliberale è stato formalizzato, recentemente, da un documento dell’Agcom, il quale, in pratica, prevede la censura verso ogni espressione che contenga elementi di “odio”. Ecco la parola magica, che viene usata per violare sempre più palesemente il contenuto dell’articolo 21. Si è fatto passare il principio secondo il quale se io dico una cosa non condivisa da te, ciò significa che io ti odio. Tesi assolutamente falsa. Se io dico una cosa diversa da ciò che tu pensi significa solo che io ho una opinione diversa dalla tua. Ciò non significa che io ti odio. Se faccio il presepe, è perché amo Gesù, e non perché offendo l’ateo o l’islamico. Se passasse fino in fondo questo concetto di odio, non potremmo più parlare di alcunché, neppure di calcio, perché se io manifesto il mio tifo per il Grande Torino, qualcuno penserà che io odio gli juventini e vi assicuro che non è vero. L’odio esiste nel mondo fin dall’inizio e Caino ne fu un impressionante esempio, ma esso attiene alla problematica esistenziale, religiosa ed etica ed in quell’ambito deve essere affrontato. È impossibile definire giuridicamente l’odio in riferimento alla libertà di manifestare il proprio pensiero e la propria opinione. Con i concetti di “omofobia” (ma allora, perché non anche “eterofobia”?) e di “islamofobia” si vuole, in pratica, mettere a tacere il mondo intero, ma così facendo, si affossa l’articolo 21.

Caro direttore, due considerazioni finali. Mi pare che il mondo cattolico non si stia preoccupando di questo fenomeno. Non interessa più la “libertas Ecclesiae”? Sono stupito che nessuna istituzione italiana si preoccupi di tutto ciò. Anche la politica mi sembra assente su questo tema. Ed il Colle, perché tace?

Peppino Zola

Foto Ansa