Il Papa è su twitter. E noi? Intervista a un sacerdote pioniere sul web. «Siate saldi nella vostra identità cristiana»

Don Gabriele Mangiarotti, curatore del sito culturacattolica.it, commenta l’esordio di Benedetto XVI su Twitter: «Ben venga. Per fare comunicazione è necessario un soggetto autentico».

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«Internet permette a miliardi di immagini di apparire su milioni di schermi in tutto il mondo. Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce?». La domanda di Giovanni Paolo II si ripete oggi, data in cui papa Benedetto XVI ha annunciato la sua entrata nel mondo di Twitter e dei social media. La risposta a questo interrogativo si fa necessaria: «Perché solo quando si vedrà il Suo Volto e si udirà la Sua voce – diceva Giovanni Paolo II – il mondo conoscerà la “buona notizia” della nostra redenzione. Questo è il fine dell’evangelizzazione e questo farà di Internet uno spazio umano autentico, perché se non c’è spazio per Cristo, non c’è spazio per l’uomo». Don Gabriele Mangiarotti, curatore del sito culturacattolica.it, ad Internet ci ha fatto il callo. E a tempi.it dà una sua interpretazione della vicenda.

Don Mangiarotti, come giudica l’esordio nei social network di Benedetto XVI?
Io credo che sia un evento interessante. Sono convinto che sia un’occasione di cui non avere paura. Internet è uno strumento di comunicazione interessante e imprescindibile di questi tempi e la comunicazione è un desiderio intrinseco del cuore dell’uomo. Quindi, ben venga, ma bisogna essere anche molto critici e sottolineare che, per fare vera comunicazione, è necessario un soggetto autentico.

Si spieghi meglio.
Twitter dà un’immediatezza di informazioni notevolissima. In tempo reale conosci il mondo. È impressionante, d’altro canto, notare che non tutte le news sono twittate e che anche nel mondo democratico dell’online viga una selezione. Per non rimanere schiacciati, da una parte, dall’ondata di informazioni e, dall’altra, dal credere che ciò che Twitter passa sia la “totalità” degli avvenimenti, è necessario che ci sia, dietro il profilo @pontifex, un soggetto intero, non ridotto, compiuto, che ha una sua consistenza e un’antropologia adeguata. Che sia saldo nella sua identità cristiana, insomma. Altrimenti la comunicazione si riduce a un particolare e diventa sterile. Se non entra il volto di Cristo, è inutile.

Quindi il messaggio cristiano può adeguarsi ai nuovi media?
È vero il contrario. I nuovi media si possono adeguare al messaggio cristiano. Sempre che chi comunichi abbia un’identità chiara, e che lo strumento non diventi il contenuto della comunicazione. Io sono dentro il mondo di internet ormai dal 1995 e ho scoperto che ci si può porre in due modi. O internet è una realtà nella quale devi adeguarti e accettare le sue regole, oppure può essere flessibile alla tua sensibilità, ma soltanto se hai come sostegno una chiara identità e dei rapporti profondi. Altrimenti si perde spessore.

Il problema è personale, riguarda la propria identità. Non i media.
Esatto. Stiamo parlando della consistenza umana di chi fa e riceve comunicazione. Io ho un sito cattolico, ma l’aggettivo “cattolico” non è un’etichetta, ma usando uno strumento flessibile riesco a comunicare nei fatti ciò che rende bella la mia esistenza. Altrimenti, se ci riduciamo a dire le cose che dicono tutti, che bisogno c’è, per un cristiano, di fare comunicazione?

Il Papa, parlando di comunicazione, ha parlato anche del silenzio.
Già, è paradossale. Il Papa dice che non esiste comunicazione senza capacità di ascolto. Il cristiano non è determinato dalla realtà che gli sta intorno, bensì dall’esperienza che fa. Sa usare tutto, non ha paura dei nuovi strumenti, ma sa che l’ascolto, per parlare, è fondamentale: l’ascolto di sé, della realtà, delle persone che incontra e, per un cristiano, dell’insegnamento di Cristo.

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