Il Green deal europeo non serve a mitigare i cambiamenti climatici

L’Ue produce meno del 10% delle emissioni globali di gas serra. Decarbonizzare l’economia in solitaria è inutile, ricorda il Financial Times. Intanto, per realizzare l’ambizioso piano verde mancano ancora 2.000 miliardi. E molto dipende da Berlino

green deal ue

Il Green deal europeo può davvero funzionare? «Ne dubitiamo», scrive il Sole 24 Ore, sottolineando l’enorme difficoltà di trovare 3.000 miliardi per decarbonizzare l’economia e fare dell’Europa il primo continente a impatto zero.

La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha puntato forte sul progetto green promettendo di mobilitare mille miliardi di euro. Anche se ce la facesse, e non è scontato visto che la Commissione può disporre in modo autonomo di appena il 2 per cento del budget europeo da circa 1 miliardo di euro, mancherebbero ancora 2.000 miliardi per realizzare l’ambizioso progetto entro il 2050. Secondo il giornale di Confindustria, «i due strumenti più importanti» per mobilitare le risorse che mancano sono «la riforma del Patto di stabilità e la riforma della Banca europea per gli investimenti (Bei)».

RIFORMARE IL PATTO DI STABILITÀ E LA BEI

Se il Patto di stabilità fosse riformato per permettere ai paesi europei di scorporare gli investimenti verdi dal calcolo del deficit, sicuramente gli Stati si mobiliterebbero per approfittarne. Raggiungere l’obiettivo però non è facile visto che «sono necessarie regole contabili chiare per definire cosa siano o non siano da considerarsi investimenti verdi».

Per quanto riguarda la Bei, potrebbe essere trasformata in una Banca europea del clima, anche perché, continua il Sole, «stando alle attuali regole del suo statuto, la Bei potrebbe già oggi concedere prestiti fino a due volte e mezzo il suo livello di capitale sottoscritto, più le riserve e gli utili, il che significa che il suo portafoglio di prestiti potrebbe raggiungere circa 600 miliardi di euro, rispetto ai circa 450 miliardi di euro attuali».

LA GERMANIA SI OPPONE

C’è però un problema alla realizzazione di queste due riforme. E si chiama Berlino. «I politici tedeschi», scrivono Simone Tagliapietra e Grégory Claeys, «hanno costantemente messo in guardia Bruxelles contro qualsiasi tentativo di allentare le regole fiscali europee anche ai fini di promuovere gli investimenti verdi. I politici tedeschi hanno, altresì, respinto l’idea di aumentare il capitale della Bei al fine di espandere la sua azione nel campo del dima. Tutto questo evidenzia chiaramente quale sia la vera questione politica capace di definire il futuro del Green deal europeo».

IL GREEN DEAL NON RISOLVE I PROBLEMI DEL CLIMA

Se anche Bruxelles riuscisse a superare questi problemi politici che al momento sembrano insormontabili, resta il problema di fondo. Come nota il Financial Times, per quanto il Green deal sia molto positivo dal punto di vista ambientale, perché traccerebbe una strada che altri Stati potrebbe seguire, dal punto di vista dei cambiamenti climatici è pressoché inutile:

«Il Green deal europeo si concentra solo sull’Europa e non servirebbe a molto per mitigare il cambiamento climatico, dal momento che il continente produce meno del 10 per cento delle emissioni globali di gas serra. L’unico modo per l’Europa di esercitare una leadership globale sulla decarbonizzazione è uscire dai propri confini».

UN COSTOSO BUCO NELL’ACQUA?

Il quotidiano della city ipotizza ad esempio che la Bei possa cominciare a finanziare investimenti verdi in Africa. Resta il fatto che fino a quando le stesse misure che l’Europa si impegna a prendere non verranno assunte anche dai principali inquinatori mondiali (Cina, Stati Uniti, India, Russia), non serviranno per contenere l’innalzamento della temperatura globale rispetto ai livelli pre-industriali entro i 2 gradi. Senza le giuste garanzie sui versanti politico e ambientale, insomma, il Green deal rischia di essere un costosissimo buco nell’acqua.

Foto Ansa