Il governo Lega-M5s non ci piace, vediamo cosa riescono a fare

Se le alternative sono il voto a luglio o un “esecutivo neutro”, la scelta diventa obbligata. Abbiamo molti dubbi, a partire dal nome di chi guiderà l’esecutivo

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«Tutto sarà bene, quel che finisce bene. Ma preavvisiamo Luigi Di Maio che se, da domani, dovesse mai cercare di convincerci che Karima El Marough, detta Ruby Rubacuori, è la pronipote di san Gennaro, noi restiamo fermi su Mubarak». Ode all’Andrea’s Version di Marcenaro che, in un una situazione caotica come quella che si vive in queste ore, riesce a strapparci un sorriso con la sua ironia. Per il resto, abbiamo molte più le domande che risposte sia sulla situazione attuale sia sul futuro esecutivo. Proviamo a mettere in ordine un po’ le cose.
VOTO. Già a febbraio scrivemmo: «Non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo cosa accadrà il giorno dopo le elezioni: se ci sarà una maggioranza adeguata a guidare il paese e se finalmente si riuscirà a convogliare in una visione, o almeno in un progetto, le tante energie presenti sul nostro territorio». Che dal 4 marzo non uscisse una maggioranza parlamentare era il timore di tutti. Il problema è che la sfera di cristallo continua ad essere appannata e i numeri parlamentari rendono molto difficile qualsiasi tipo di esecutivo. Sulla carta, l’unico davvero possibile è quello che si sta delineando in queste ore con un accordo M5s-Lega con la «benevola astensione» (o «astensione critica» che dir si voglia) di Forza Italia. Domandiamoci subito: è un governo che ci piace, che ci convince? No. Tuttavia è una soluzione migliore del cosiddetto “governo neutro” di Mattarella o del voto a luglio.
MATTARELLA. Perché il presidente della Repubblica non ha dato il mandato esplorativo a Matteo Salvini? È una delle domande che ci poniamo senza una risposta definitiva. Il centrodestra è stata la coalizione più votata, poteva almeno provare a trovare i numeri in parlamento. Chi ne capisce più di noi ci spiega che Mattarella non ha voluto, che Salvini non voleva un appoggio esterno del Pd e di qualche transfuga grillino, che si temeva di mettere in piedi un esecutivo traballante e lasciare ai cinquestelle le praterie del risentimento e dell’opposizione feroce (avete notato come, solo pochi giorni fa, Di Maio abbia ripreso a cannoneggiare sul conflitto di interessi?).
Le alternative a un governo “politico” erano due, entrambe lunari.
Votare subito, a luglio, ci pareva la più grottesca delle due. Innanzitutto per un problema di partecipazione: non serve un politologo per capire che una data del genere avrebbe portato alle urne pochissimi italiani. E non serve nemmeno un indovino per pronosticare un voto che sarebbe stato all’insegna dell’antipolitica più spinta. Già ne abbiamo avuto prova il 4 marzo ed è facile immaginare che i sentimenti con cui gli italiani si sarebbero recati alle urne sotto il sole di luglio sarebbero stati all’insegna di un buio rancore.
La seconda alternativa era il cosiddetto “governo neutro” che sbrigasse alcune questioni urgenti (Iva, rapporto con l’Europa, legge finanziaria). Ma, a parte l’illogicità della formula (la neutralità in politica non esiste), come avrebbe potuto mai nascere un esecutivo che avesse il respiro corto di qualche mese, che avesse margini di manovra strettissimi, che non potesse contare sul sostegno di nessuno se non del Pd? Ve la immaginate la scena di un Mister X che si reca alla Camera e chiede la fiducia e ottiene i voti dei 108 del Pd, il partito che ha perso le elezioni? Un presidente del Consiglio del genere, poi, con che autorità si sarebbe presentato in Europa?
O Mattarella ha sbagliato tutto o è stato il più furbo di tutti e col suo bluff ha costretto Di Maio e Salvini a venire allo scoperto. Non sapremmo propendere per nessuna delle due alternative, forse il tutto s’è realizzato attraverso un combinato disposto di entrambe, con la seconda che ha preso via via più forza dopo i numerosi dinieghi che il capo dello Stato ha ricevuto da parte di esponenti “super partes” di aderire alle sue richieste.
LO STATO DELLE COSE. Se le cose stanno così, staremo a vedere cosa riusciranno a combinare Lega e M5s. Si dice che i due partiti abbiano dei punti in comune (sostegno al reddito, aiuti alle imprese con abbattimento delle tasse, rimodulazione della Fornero, immigrazione), ma noi vediamo, più che altro, i punti di distanza. Soprattutto, per quel che ci riguarda, vediamo la distanza siderale tra Tempi e i cinquestelle che, pur essendo una paccottiglia dove si trova di tutto, hanno dimostrato in questi anni di essere più statalisti che federalisti, più giustizialisti che garantisti, più proni ad accodarsi ai diktat del mainistream che a tutelare la libertà delle persone (opposizione alle scuole paritarie, famiglia, gender, omofobia, utero in affitto etc etc).
I NOMI. Insomma, non è il governo dei nostri sogni, come s’è capito. Tuttavia, che ci provino, vediamo cosa riescono a fare, su questo li misureremo. Dopo anni di vaffaday, siamo proprio curiosi di vedere cosa combineranno i cinquestelle (e speriamo vada un po’ meglio che a Roma e Torino).
Certo, poiché la politica non è fatta di programmi, ma soprattutto di persone, si tratterà di vedere chi sarà chiamato a guidare il governo legastellato. Per intenderci: un conto sono Salvini o Giorgetti, un altro è Di Maio o un dipendente della Casaleggio Associati.
Foto Ansa

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