Il dilemma della capriola del ministro Di Maio

Una volta di qui, una volta di là. Ma stavolta, su Olimpiadi invernali e Ilva, il giochetto del grillino assomiglia più a un ruzzolone

Povero Luigi Di Maio, è proprio un periodo difficile. Non c’è solo il sodale Dibba, Er Che Guevara de’ noantri, a scompigliargli le stelline con l’accusa di aver smarrito il sacro fuoco rivoluzionario. Non c’è solo la batosta alle ultime elezioni Europee, dove è riuscito a dilapidare metà dei consensi che aveva ottenuto alle politiche. Non ci sono solo gli spifferi sussurrati dai suoi parlamentari che lo dipingono come un cagnolino ubbidiente al “vero” premier Salvini. Prima o poi doveva capitare: se non hai una linea politica, ma la tua unica linea è continuare a cambiarla, è chiaro che, a un certo punto, non sai più neppure in quale verso fare la capriola.

«Quando si approda alla politica non provenendo da alcuna convinzione, da alcuna identità, da alcuna storia ed esperienza, non c’è nessuna idea, nessun passato, nessuna coerenza da difendere. E dunque si è pronti a tutto, si è capaci di tutto».
[Marcello Veneziani, “Il vero pericolo grillino”, Il Tempo, 19 febbraio 2018]

No, ni, forse, dai!

Povero Luigi Di Maio, è proprio un periodo difficile. Esempio (recente) numero uno: le Olimpiadi invernali assegnate a Milano-Cortina, col corredo di scene di giubilo persino esagerate, fanno da contraltare ai musi lunghi torinesi. Leggere la Stampa di oggi, ad esempio. È tutto un peana, un innalzare alti lai per l’occasione perduta, per la figuraccia da “città provinciale”. Chiara Appendino aveva detto “no” proprio su spinta del vicepremier, imitando il “no” del sindaco Virginia Raggi alle Olimpiadi di Roma.

Sia chiaro: il M5s ha sempre detto “no” a tutto e, da questo punto di vista, sono stati coerenti. Ora però s’accorgono che è stata una coerenza un po’ scema. Così cercano di rimediare e di passare dal “no” al “ni”, dal “ni” al “forse”, dal “forse” al “dai!”. Così il nostro Di Maio, fischietta, fa finta di nulla, scarta di lato e fa una goffa capriola:

«I Giochi Olimpici e Paralimpici invernali del 2026 si terranno in Italia, a Milano e Cortina. Potremo vedere da vicino i nostri campioni, ammirare la fiaccola accesa. Lo sport è una cosa straordinaria. Ed oggi è una giornata importante, proprio perché ha vinto lo sport, la sua purezza e l’entusiasmo di un intero Paese, lontano da ogni logica di potere, lontano da ogni interesse. L’Italia saprà dare il meglio di sé e saprà vincere come fa ogni volta che gioca da squadra».

[Luigi Di Maio, AdnKronos, 24 giugno]

Mai i giochi, viva i giochi

Ha vinto lo sport? Logica di potere? Qui l’unica logica che ha vinto è quella della capriola. Lo fa notare la stessa Stampa, in un corsivetto velenoso (“Mai i giochi, viva i giochi”, la capriola M5s), commentando le immagini di giubilo dopo la vittoria di Milano-Cortina 2026:

Accanto al sindaco Beppe Sala si vede Simone Valente esultare. È il sottosegretario M5S che il 13 marzo alla Stampa disse: «Lo sanno nella Lega come la pensiamo. Le Olimpiadi portano sprechi». Qualche ora prima che si aprisse la busta, Valente scrive su Instagram: «Dita incrociate». Subito dopo l’annuncio: «È la seconda volta che dimostriamo di essere attrattivi per i grandi eventi internazionali». Grandi eventi?

Ilva, atto di autolesionismo

Povero Luigi Di Maio, è proprio un periodo difficile. Esempio (recente) numero due: l’Ilva. Povero Luigi, anche in questo caso preso tra due fuochi: da un lato la base grillina che, dopo anni di demonizzazione dell’industria tarantina, ora chiede atti conseguenti alle promesse. Dall’altro, le ragioni di Arcelor Mittal, l’unico potenziale acquirente, che, sapendo come vanno le cose in Italia, ha chiesto l’immunità penale per non doversi un giorno vedere chiamato in causa per l’inquinamento attuale. Giggino tiene duro, non vuole concederla, correndo il rischio di lasciare a casa 10.000 persone se l’affare non andasse in porto («un atto di autolesionismo», scrive sulla Verità Maurizio Belpietro).

«Forse lo Stato proprietario dell’Ilva non aveva l’immunità penale durante la sua gestione? Ai commissari l’immunità è stata data, e giustamente. Perché ora la si toglie all’impresa che sta cercando di rilanciare l’impianto? È un pessimo messaggio all’indirizzo delle multinazionali che valutano di investire in Italia», osserva Giuseppe Pasini, imprenditore dell’acciaio (il gruppo Feralpi fa capo alla sua famiglia). Oltre che presidente di Confindustria Brescia.

[Corriere della Sera, 25 giugno 2019]

Povero Luigi Di Maio, da che parte fare la capriola? È proprio un periodo difficile.

Foto Ansa