Il caso del serial killer in permesso premio. Tutto quel che non torna (in primis nella nostra giustizia)

A parte la coincidenza con il decreto carceri, cosa non torna nella incredibile fuga di un uomo «totalmente infermo di mente»? Qualche considerazione su una vicenda emblematica

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Lo stesso giorno in cui il governo vara un decreto di (modesto) alleggerimento del sovraffollamento delle carceri e crescono i consensi per “la marcia di Natale” per amnistia e indulto promossa da Marco Pannella, operatori del mondo del carcere e personalità trasversali a chiese e politica, ecco la notizia bomba dell’evasione a mano armata di un serial killer che si trovava già fuori dal carcere perché “in licenza premio” .

Sarà una coincidenza.

Però, per la mia personale esperienza di carcere e detenzione (sono stato tra quelle mura come professore ed educatore) in questa storia c’è qualcosa che non torna.

Proviamo a ragionare. Da quanto si apprende dalla cronaca dei fatti, tutto sembrerebbe verosimile tranne che un serial killer, per di più dichiarato «totalmente infermo di mente», potesse essere rimesso a piede libero e rimanere in libertà senza alcun controllo, in quanto in «licenza premio». Addirittura.

Ripeto, ho frequentato il carcere da avventore. Ho qualche amico là dentro e mi sembra del tutto surreale che un detenuto con la fedina penale di Bartolomeo Gagliano potesse godere di una “licenza” a pochissimi anni dagli ultimi reati compiuti. Per di più, con una sfilza di evasioni alle spalle e una serie di recidive sanguinarie da far accapponare la pelle.

Per molto meno – per esempio per reati “non di sangue” come rapine, truffe, estorsioni – conosco persone in carcere da vent’anni. E per molto meno delle cinque (sei con quella di questa mattina) di cui si è reso protagonista Gagliano, conosco persone che per una sola evasione si sono beccate altri dieci anni di carcere e sono tutt’ora detenute quando il loro fine pena era previsto per gli inizi degli anni 2000.

Dunque, da persona “totalmente inferma di mente”, negli anni Ottanta, Gagliano uccide tre persone, viene arrestato e rinchiuso in un ospedale psichiatrico da dove evade nel 1989. Ripreso nel giro di una settimana viene di nuovo condannato e ricomincia a entrare e a uscire da carceri e ospedali psichiatrici. Ad ogni evasione viene riacciuffato. Ma apparentemente nulla cambia, perché negli anni Novanta e successivi, leggiamo negli archivi online, Gagliano «ha continuato a comparire nella cronaca giudiziaria facendosi notare per il possesso di droga ed esplosivi». Nel 2005 mette a segno una mezza dozzina di rapine, rientra in carcere e, sempre a detta della cronaca, ne esce nel 2006 grazie all’indulto. Grazie all’indulto? Con tutte quelle condanne e recidive? Anche questa dell’indulto è tutta da verificare. Tant’è che dopo quella dell’indulto, c’è la notizia che «la libertà durò appena una settimana. Sette giorni dopo Gagliano tornò dietro le sbarre con l’accusa di estorsione».

Ora addirittura ci vengono a raccontare che, secondo quanto dichiarato dal direttore del carcere genovese di Marassi, Salvatore Mazzeo, egli non sapeva che Gagliano avesse «quei precedenti penali». «Per noi era un rapinatore» ha detto alla tv ligure Primocanale. «Abbiamo valutato Gagliano in base al fascicolo di reato per cui era detenuto, che risale al 2006 e lo indica come rapinatore».

Bene. Quando nella giornata di oggi il lettore ha appreso la fredda notizia dell’“evasione di un serial killer”, cosa sarà stato indotto a pensare? Ma certo, avrà pensato “che adesso con la scusa del sovraffollamento finirà che metteranno in libertà gente come Gagliano”. Adesso, giunto a conclusione di questo articolo, forse il lettore avrà qualcosa in più su cui riflettere. E, di nuovo, chiedersi se il problema sono i decreti di alleggerimento del sovraffollamento carcerario. O se, invece, il problema non consiste, ancora una volta, nel caso una giustizia italiana malata. Ma malata grave.

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