Il capolavoro kafkiano dell’Ilva

Se Mittal deve decidere se tenere accesi gli altoforni (e essere indagata da Taranto) o spegnerli (e essere indagata da Milano)

Nel labirinto della grana sull’Ilva (che, detto tra parentesi, ogni giorno perde due milioni), adesso spunta fuori un piano B che prevederebbe «un’amministrazione straordinaria e prestito ponte che riporti l’azienda sul mercato in un paio d’anni», come ha detto ieri il ministro Francesco Boccia. In sintesi: una nuova società in cui entrerebbero Arcelor Mittal (cui bisogna garantire il cosiddetto scudo legale, improvvidamente tolto per colpa degli sciagurati grillini) e Cassa depositi e prestiti. Problemino: poiché Cdp non può mettere soldi in aziende decotte, ci dovrebbe pensare, prima, lo Stato (che ha comunque le sue perplessità, vista la situazione generale di crisi) in quella che la Stampa, giustamente, definisce «un’operazione in stile Alitalia».

La partita di Conte

Un bel guazzabuglio, da cui vorrebbe uscire vincitore, anche per convenienza politica personale, il premier Conte, visto che è chiaro a tutti che qui il problema è l’ideologia anti-industriale grillina, da cui “Giuseppi” vorrebbe scostarsi lucrando qualche consenso. A casa rimarrebbero anche 3.000 lavoratori, ma cosa volete che sia per un premier che ha bisogno di costruirsi una carriera lontano dalle mattane pentastellate. Auguri e staremo a vedere.

Livelli metafisici

C’è però un altro fatto su cui occorre accendere un faro ed è l’attivismo delle procure, ben evidenziato ieri in un commento sul Messaggero da Carlo Nordio (“Chiuda, anzi no. Industria in balia delle procure“).

«All’Ilva di Taranto, il paradosso della nostra legislazione, e della stessa Giustizia, ha raggiunto livelli metafisici. Perché la Magistratura, in nome di una norma, ha bloccato l’attività produttiva, e invece in nome di un’altra vuole incriminare chi decide di chiuderla». 

Nordio si riferisce al fatto che se a Taranto si dice una cosa, a Milano si dice il contrario. E il conflitto è insanabile come spiega bene oggi sul Sole 24 Ore Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl, in un articolo perfetto, titolo paraculo a parte (“La politica che non c’è. Un vuoto colmato dai magistrati”).

L’attivismo delle procure

Scrive infatti Bentivogli che «la vicenda Ilva è segnata dallo scontro tra i poteri dello Stato e su una mancanza di equilibrio tra gli stessi». La Procura di Taranto ha ordinato lo spegnimento dell’altoforno 2; quella di Milano indaga per false comunicazioni sociali e al mercato.

«Poi – scrive Bentivogli sul Sole – arriva il fascicolo d’indagine avviato dal procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, a carico di ignoti, che ipotizza la violazione dell’art. 499 del Codice penale (“Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione”). La stessa Procura di Taranto che aveva chiesto il sequestro di Afo 2 nel 2015 dopo la morte di Alessandro Morricella, 3 anni prima dell’arrivo di ArcelorMittal. E la stessa che aveva chiesto lo spegnimento di Afo 2. O meglio: a chiederlo è stato il custode giudiziario, l’ingegner Barbara Valenzano, che oltre a scrivere le prescrizioni per la procura è allo stesso tempo dirigente ambiente della Regione Puglia, nominato da Michele Emiliano. Il quale adesso dice che per legge Mittal non può spegnere impianti. Mentre fino a ieri sosteneva che è una fabbrica “totalmente illegale”».

Comunque fai, sbagli

Il risultato è un capolavoro kafkiano:

«Praticamente siamo al paradosso: se Mittal fa quello che gli ha imposto la procura di Taranto, la Procura di Milano procede all’iscrizione di un fascicolo. E siccome il Governo dice che è illegale lo indaga pure la procura di Taranto, che però glielo ha chiesto. ArcelorMittal, non esente da responsabilità ma responsabile di quel che accade in Ilva da un anno, deve comunque scegliere se tenere accesi gli altiforni rischiando il reato di disastro ambientale (secondo una Procura) o spegnerli rischiando il reato di sabotaggio (come sostiene l’altra Procura)».

Foto Ansa