Memoria popolare
Il disastro dell’Icmesa. E il bene e il male che ne nacque
Ricorrono quest’anno il 10 luglio i 50 anni dal disastro di Seveso, l’incidente a un reattore dell’azienda chimica Icmesa che provocò la fuoriuscita di diossina e il forte inquinamento di un’area di 380 ettari comprendente territori dei comuni lombardi di Seveso, Meda (dove era insediata la fabbrica), Desio e Cesano Maderno. Furono sfollate 736 persone, che solo in parte poterono tornare nelle loro case dopo la bonifica della zona. Il contesto storico di quello che fino ad oggi resta il più grave disastro ambientale in Italia era caratterizzato dal terrorismo degli anni di piombo, da campagne per l’introduzione dell’aborto legale in Italia e dalla memoria della da poco conclusa guerra del Vietnam, dove la diossina era presente nei defolianti usati dall’esercito americano.
Il disastro di Seveso fu strumentalizzato sia dai gruppuscoli di estrema sinistra e dalle organizzazioni terroristiche (che uccisero nel 1980 il direttore tecnico dell’Icmesa) che dai movimenti favorevoli alla legalizzazione dell’aborto, i quali sfruttarono le scarse conoscenze intorno agli effetti della diossina per promuovere l’aborto fra le gestanti della zona. Almeno 26 interruzioni di gravidanza furono effettuate nel timore di gravi malformazioni dei nascituri, che gli esami dei tessuti fetali poi non rilevarono.
In una situazione politica e ambientale esplosiva si mosse positivamente il mondo cattolico locale, che attraverso l’impegno volontario di tanti si fece carico dei bisogni di ogni genere che l’incidente aveva fatto emergere. Le loro storie, testimonianza di un’unità di popolo, sono state raccontate nel libro “Seveso 1976. Oltre la diossina” scritto da Federico Robbe ed edito da Itaca nel 2016. Da esso sono tratti gli estratti qui di seguito riproposti. I titoletti tra un paragrafo e l’altro sono opera redazionale.
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I giovani cattolici in Brianza
Qualcuno non si accontenta di sopravvivere ma vuole vivere, anche nella Seveso della diossina. E vuole che per altri possa essere così. Dentro il dramma insomma non c’è solo la paura e non domina in tutti la rabbia, pur legittima e pur comprensibile. Pian piano fiorisce con modalità misteriose un’amicizia tra alcuni giovani, che parte dalla comune fede cristiana e dal desiderio di non essere schiacciati dalle circostanze. […]
Nella Brianza di inizio anni Settanta c’è una vivace comunità di Comunione e Liberazione, all’interno di un mondo cattolico articolato, non immune dai fermenti del Sessantotto e su certi aspetti diviso. Per scoprire questo mondo e il ruolo di Cl ci affidiamo all’ingegner Diego Meroni, che nel 1969 è responsabile della Giac (Gioventù italiana di Azione Cattolica) nella zona pastorale di Monza. Nel 1975 diventa consigliere comunale a Seveso con la Dc, risultando il più votato dopo il sindaco Rocca.
«In paese i rapporti erano molto buoni con l’Azione Cattolica, di cui Rocca faceva parte. Era convinto che la presenza giovanile di Cl fosse la principale novità di quegli anni e fosse un elemento imprescindibile per la Chiesa del territorio». Ma come si sviluppa questa ricca presenza di giovani in Brianza? «Dal 1970 al 1972 il presidente diocesano della Giac era Massimo Camisasca. Attraverso di lui, che era anche tra i responsabili della Gioventù Studentesca milanese dal 1965, ho conosciuto il movimento di Comunione e Liberazione. Quindi la realtà di Cl era l’unico punto di collegamento tra le parrocchie, che non potevano non tener presente il movimento. Grazie soprattutto al lavoro di Camisasca alla presidenza diocesana si è creato un tessuto connettivo solido. Da coordinatore per Cl di tutte le comunità della Brianza fino a Cantù, conoscevo molti cattolici della zona, o tramite le parrocchie o tramite il movimento».
Un ambiente articolato che riesce a compattarsi in un tempo relativamente breve: «Il mio lavoro di unificazione», spiega Meroni, «è durato dal 1969 alla fine del 1973. Al termine di quell’anno sono partito per il servizio militare; nel periodo successivo ho continuato ad avere rapporti in zona, ma meno intensi. Certo è che il tessuto era già robustissimo e le relazioni solide, sia tra le varie comunità sia con le parrocchie. […] Quando è successo l’incidente all’Icmesa, quindi, mobilitare un popolo non è stato difficile. Tanto più che quello di Cl era un mondo giovanile ma non di giovanissimi: io avevo ventotto anni e Ambrogio Bertoglio trenta. Eravamo tutti impegnati con una preoccupazione genuina per gli altri, e in politica non facevamo la guerra, neanche a quelli del Pci».
Una casa da aprire a tutti
Questa tensione ideale in grado di incidere sul territorio inizia a dare frutti sul piano economico-sociale tramite la cooperativa di consumo don Costante Mattavelli, fondata nel 1975. Ce ne parla un protagonista di quegli anni: è Ambrogio Bertoglio, all’epoca trentenne, psichiatra e membro del direttivo del consorzio sanitario Brianza Seveso. […] In seguito avrebbe ricoperto vari incarichi tra cui quello di direttore generale dell’Ospedale San Gerardo di Monza e dell’Ospedale di Lecco.
La cooperativa di consumo coinvolgeva decine e decine di famiglie in una spesa comune mensile, ed «era davvero un fatto di popolo, dato che una volta al mese le famiglie si recavano in un posto per ritirare una spesa che avevano ordinato con una scheda nelle settimane precedenti. Questo voleva dire incontrarsi prima, parlarne, conoscersi meglio, prendere decisioni insieme. Avevamo poi una sede nel centro sociale La Bottega, in via Manzoni, a Seveso. Una sede ristrutturata da noi, dove ci trovavamo regolarmente e organizzavamo incontri pubblici. Era del tutto naturale occuparsi di ciò che succedeva in paese e occuparsi degli altri. In fondo è quello che facevamo all’oratorio: lo portavamo avanti con modalità che poi sarebbero divenute usuali, ma allora non lo erano. Era una casa per tutti: bambini, ragazzi e famiglie. In più poche settimane prima, in maggio, c’era stato il terremoto del Friuli, che aveva provocato quasi mille morti. Una delle persone che più aveva dedicato tempo ed energie alla ricostruzione era stato proprio Diego Meroni. Quindi anche per imitazione sana di una presenza di popolo che c’era stata lì, abbiamo cercato di fare lo stesso a Seveso».
Secondo Meroni l’emergenza «obbliga a fare un salto, rendendo evidente un bisogno. E questo sollecita una risposta. Però l’emergenza da sola non basta; apre degli spazi, questo sì. Ma è indispensabile che ci sia un soggetto che operi». E questo soggetto, in Brianza, c’era ed era ben strutturato. […]
Seveso non è il Vietnam
Primo agosto 1976: una ventina di giorni dopo l’incidente, l’arcivescovo Giovanni Colombo è a Seveso per una celebrazione liturgica a cui partecipano oltre 1.500 fedeli. Nell’omelia invita a non restare inerti di fronte alla tragedia dell’Icmesa. Intanto nella popolazione è sempre più evidente il bisogno di riempire un vuoto di informazioni e di farlo senza soccombere. Andando avanti nella prospettive del vivere, e non del morire.
A partire da una tradizione di fede viva e da circostanze che li vedono impegnati in varie realtà, alcuni giovani amici prendono sul serio queste domande: come stare davanti al disastro della diossina? Si può continuare a vivere quando tutto crolla? E da dove si comincia? Il primo frutto del loro lavoro è un documento informale fatto circolare due settimane dopo l’incidente. Lì si può leggere: «In queste pagine iniziamo un lavoro di informazione utile per conoscere e giudicare ciò che è successo, cosa ci aspetta e come possiamo partecipare alla costruzione di giuste condizioni di salute». […]
La Diocesi aveva tra l’altro attivato una raccolta di fondi già subito dopo il disastro. Una parte del denaro viene messa da parte per aprire un luogo fisico e stare vicino alla popolazione. Avrebbe assunto il nome di Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), con sede in via Arese, presso il centro parrocchiale di Seveso e a pochi passi dalla chiesa dei Santi Gervaso e Protaso. È attivo dall’inizio di agosto e in poco tempo diventa un punto di riferimento per tutti, proprio quando la stampa nazionale insisteva nel paragonare Seveso al Vietnam devastato dalle armi chimiche. […]
L’attività dell’Ufficio decanale
Ma come lavora questo luogo? Chi lo gestisce? E cosa fa concretamente? L’Ufficio decanale è frutto dell’unità corale fra componenti diverse: parrocchie, gruppi e associazioni ecclesiali […]. Il responsabile laico nominato dal cardinal Colombo è Ambrogio Bertoglio. I problemi di cui si occupa il centro sono tanti e diversi, perciò viene organizzato in commissioni: salute, lavoro e occupazione, educazione e scuola, sfollati, rapporti con la politica, stampa. Funziona grazie a 25-30 volontari, che assicurano una presenza dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19. In breve tempo nasce una segreteria per coordinare i settori e raccogliere le esigenze del territorio. È gestito dai cattolici (maggioritari nella zona) ma è aperto a chiunque avesse bisogno. Un “ospedale da campo”, potremmo dire usando una bella espressione di papa Francesco.
Dove i giornali delineano scenari catastrofici e consigliano di abbandonare tutto, loro non solo restano, ma aprono un ufficio. Un luogo fisico di aggregazione e di ascolto che subito si mette all’opera. Secondo Giancarlo Cesana – giovane medico che sarebbe diventato professore di Medicina del Lavoro e di Igiene all’Università Milano Bicocca, nonché presidente della Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – l’Ufficio decanale ebbe due funzioni: «Essere un punto di riferimento per la popolazione, quindi un aiuto a controllare il panico e gli allarmismi che erano fortissimi; ed essere un luogo di informazione per le questioni medico-sanitarie, tra cui quella dell’aborto».
(1. continua)
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Federico Robbe, Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca 2016, 160 pagine, 12,50 euro.
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