Memoria popolare
Mp e il “caso Mangiagalli”. La guerra in difesa della vita nascente
Alla fine degli anni Ottanta a Milano il Movimento Popolare intervenne più volte in difesa di Leandro Aletti e Luigi Frigerio, due medici della clinica Mangiagalli di Milano che avevano denunciato la pratica di aborti vietati dalla legge 194 sull’interruzione della gravidanza e per questo avevano subìto ritorsioni sul posto di lavoro. Di questa vicenda e del clima politico a Milano e nel resto d’Italia intorno alla questione dell’aborto trattano molte pagine del libro “Carne, ossa, muscoli e tendini. In difesa della vita nascente” (Gribaudi), una sorta di autobiografia scritta da Leandro Aletti nel 2017 (qui una nostra recensione). Proponiamo di seguito alcuni estratti. I titoletti sono aggiunti dalla redazione.
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Alla fine del 1988 emerse quello che la stampa definì in seguito “caso Mangiagalli”. Tutto originò da una denuncia fatta da me e Frigerio al quotidiano Avvenire, nell’estremo tentativo di evitare un aborto “terapeutico” al quinto mese di gravidanza e far conoscere l’irresponsabile leggerezza con cui si autorizzavano gli aborti tardivi. Una leggerezza che noi e altri medici obiettori segnalavamo da anni, senza mai essere ascoltati. La data fissata per l’intervento era il 28 dicembre. Alla base della sentenza di morte pronunciata sulla bambina in grembo, c’era un semplice cromosoma in più. Secondo la diagnosi prenatale, la bambina aveva infatti quella che in gergo medico si chiama sindrome della tripla X: in pratica, correva principalmente il rischio di una menopausa precoce. […]
Il nostro tentativo di salvare quella vita si rivelò vano. Dambrosio e Brambati [due medici non obiettori della clinica Mangiagalli, ndr] eseguirono l’aborto, con l’estrazione dall’utero di una bambina del peso di circa 280 grammi. […] Subito dopo l’aborto, Dambrosio partì all’attacco contro i “guardiani ciellini” dell’obiezione di coscienza, come lui stesso definiva me e Frigerio. Il suo intento era strumentalizzare la nostra denuncia per proporre modifiche ulteriormente peggiorative della 194, innanzitutto quella gravissima di introdurre il divieto all’obiezione di coscienza per i primari. Si scagliò anche contro il Movimento Popolare di Roberto Formigoni, allora vicepresidente del Parlamento europeo, e ci accusò di aver violato il segreto professionale. Poiché stava emergendo in modo sempre più evidente che moltissimi aborti non erano leciti non solo per ragioni morali ma anche cliniche, gli abortisti usarono come diversivo la strategia di sparare a zero sui politici cattolici, per fare terra bruciata attorno a me e a Frigerio.
L’ispezione sugli “aborti terapeutici”
L’8 gennaio 1989, il ministro della Sanità Carlo Donat-Cattin stabilì che alla Mangiagalli sarebbero dovuti entrare gli ispettori. La decisione dell’uomo di governo democristiano arrivò dopo le denunce presentate da Formigoni sulle violazioni alla 194 nella clinica milanese. L’ispezione iniziò il 18 gennaio, con l’obiettivo di verificare i fatti legati all’aborto eseguito da Dambrosio e Brambati e la possibilità di esaminare anche altre cartelle cliniche controverse. Il giorno successivo, il direttore generale del Servizio ispettivo centrale, Vito Andrea Di Leo, decise di allargare l’inchiesta per controllare la legalità di tutti gli “aborti terapeutici” eseguiti alla Mangiagalli dal ’78 in poi, che risultavano aver raggiunto quota 1.500. […]
Nel frattempo, la magistratura stava indagando su un caso simile di aborto, eseguito da Brambati il 15 aprile del 1987, di Venerdì Santo, alla ventunesima settimana di gestazione, quando esiste la possibilità di vita autonoma e il medico «deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto» (art. 7 della legge 194). Invece, in quell’occasione, alla presenza di tre ostetriche che scoppiarono a piangere, Brambati aveva praticato con il bisturi un taglio a croce sull’addome della bimba abortita, estratta viva dall’utero della madre, per verificare di persona se fosse esatto il responso della diagnosi citogenetica. Secondo questa diagnosi, il feto aveva la sindrome di Turner, una malformazione genitale di lieve entità. Alla fine, la magistratura archiviò il caso.
Dàgli al medico obiettore
Appariva chiaro che c’erano stati abusi di vario genere, tanto che perfino il professor Candiani, direttore della prima clinica ostetrica, affermò: «Spero che l’occasione fornita dall’indagine porti a una revisione delle legge 194 in senso restrittivo. Per gli aborti oltre i novanta giorni ci vogliono i Comitati etici ospedalieri; non devono essere firmati da un semplice psicologo, magari laureato in filosofia, ma da uno psichiatra». Anche Giancarlo Cesana, presidente del Movimento Popolare, spinse affinché ci si occupasse seriamente del caso Mangiagalli, data la situazione insostenibile all’interno della clinica. […]
Se è vero che c’erano voci coraggiose che si levavano contro l’aborto, è altrettanto vero che contro di noi, e in generale contro i medici cattolici che non volevano chiudere gli occhi sulla strage di innocenti, era già in atto una persecuzione. Il 19 gennaio, il Consiglio di amministrazione della Mangiagalli, adducendo pretestuosi motivi di riservatezza (che non era stata violata), interruppe bruscamente il lavoro degli ispettori del ministero della Sanità, che rientrarono a Roma dopo aver comunque esaminato trecento cartelle cliniche del periodo che andava dal 1983 al 1988. Le cartelle risultavano per la gran parte prive dei nomi di chi aveva attestato le motivazioni psicologiche, richieste dalla legge per abortire oltre il termine dei novanta giorni di gravidanza.
Come se nulla fosse
Alla luce della drammatica situazione che andava emergendo, la Camera [dei deputati, ndr] diede il via a un’indagine sulla 194, su richiesta della Democrazia cristiana. Ma in generale la notizia degli aborti illegali non cambiò l’atteggiamento di molta parte della classe politica e della stampa. […] Gli oltranzisti dell’aborto continuarono imperterriti a difendere la 194 come se nulla fosse. Il 21 gennaio il sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, socialista, scese in campo scagliandosi contro l’ispezione ministeriale alla Mangiagalli, sollevando un polverone politico. Con il sindaco dalla sua parte, il personale abortista della clinica minacciò di sospendere l’esecuzione degli aborti (sarebbe stato bello se fosse davvero avvenuto), chiedendo garanzie. Formigoni rispose invece a Pillitteri e a chi aveva chiesto le dimissioni di Donat-Cattin, “colpevole” di aver avviato l’ispezione, definendo scomposte quelle reazioni.
Contemporaneamente, proseguiva l’attacco diretto a me e Frigerio, con la minaccia di possibili provvedimenti disciplinari. Dalla nostra parte si schierarono pubblicamente Gian Pietro Venturi e Tina Tomasini della Cisl Sanità, che ci garantirono il totale appoggio sindacale e legale nell’eventualità di una nostra espulsione dalla Mangiagalli. In quei giorni, ricevemmo anche la solidarietà di Francesco Migliori, presidente nazionale del Movimento per la vita e fra i laici più interessanti del XX secolo, che ci sarebbe stato sempre a fianco nella lotta contro l’aborto e che in un articolo su Avvenire parlò della «violenta guerra contro il diritto alla vita».
Nonostante le forti pressioni ricevute, il ministro Donat-Cattin in un’intervista pubblicata il 22 gennaio, dichiarò: «Non fermo l’inchiesta». Da parte sua, l’arcivescovo Martini, parlando alle famiglie e ai giovani della Diocesi, disse che stava seguendo l’indagine «con grande attenzione».
(1. continua)
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