Memoria popolare

Noi trattati come criminali perché dicevamo la verità sull’aborto

Di Leandro Aletti
21 Gennaio 2026
La sospensione dal lavoro per aver svelato le violazioni della 194 alla Mangiagalli, le proteste del Movimento Popolare e della Cisl, il lieto fine. La guerra di due ginecologi milanesi in difesa della vita nascente
Particolare della facciata dell’edificio della Clinica Mangiagalli a Milano (foto Ansa)
Foto Ansa

Seconda e ultima parte degli estratti dal libro “Carne, ossa, muscoli e tendini. In difesa della vita nascente” (Gribaudi), scritto da Leandro Aletti nel 2017, sulla vicenda degli aborti illegali alla clinica milanese Mangiagalli a cavallo fra il 1988 e il 1989 e sul ruolo del Movimento Popolare in quella crisi. I titoletti sono aggiunti dalla redazione. La prima parte di questa serie è disponibile qui.

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La svolta giudiziaria si ebbe il 24 gennaio quando un esposto presentato dal presidente Angelo Craveri sull’aborto eugenetico e tardivo del 28 dicembre, che aveva fatto scattare l’ispezione, portò il caso Mangiagalli in tribunale. Radicali e socialisti reagirono chiedendo nuovamente la testa di Donat-Cattin. Il giorno seguente, nel corso del dibattito al Senato, il ministro rispose a sette interrogazioni presentate da tutti i gruppi parlamentari (con l’eccezione dei missini): l’esponente democristiano ribadì che l’indagine ispettiva condotta da Di Leo si era svolta in modo corretto e solo su cartelle cliniche anonime. I nomi delle donne erano infatti stati cancellati preventivamente dalla direzione sanitaria della clinica su richiesta degli stessi ispettori, i quali erano peraltro tenuti a osservare il segreto professionale. L’accusa di violazione della privacy era perciò inconsistente.

Non paghi delle risposte ottenute, i socialisti del Psi avanzarono altre interrogazioni, stavolta sulla 194, chiedendo un’indagine interna da parte della Mangiagalli: il fine, ancora una volta, era attaccare i medici obiettori. Frigerio rispose al tentativo di delegittimarci: «Abbiamo documentato quell’aborto sospetto, prima alla stampa e poi al consiglio di amministrazione, per consentire che l’opinione pubblica si formasse l’idea di come la 194 possa abnormemente essere interpretata in termini permissivi». […]

Quanta ipocrisia sulla 194

Mentre andava in scena questo tentativo di mistificare i fatti, ricordo che ci furono anche degli interventi lodevoli a difesa della vita, come quello del professor Marini, neonatologo, che avanzò una proposta di legge. Gli fece eco il parlamentare della Dc Carlo Casini che esortò a cogliere «l’occasione per snocciolare ogni abuso». Un altro politico democristiano, Alberto Garocchio – in una dichiarazione firmata anche dall’assessore della Regione Lombardia Serafino Generoso, dal consigliere al Comune di Milano Mirella Bocchini e dal professor Marco Bottura –, evidenziò l’ipocrisia degli abortisti che da un lato invocavano il rispetto della 194 e dall’altro erano i primi a violarla: «Nessuno che abbia consapevolezza e onestà individuale può sottrarsi alla riflessione che il problema della clinica milanese, come di altre cliniche, è costituito esattamente dal mancato rispetto nell’applicazione della legge». […]

In quei giorni durante un’assemblea del Movimento Popolare il senatore dei Verdi Giorgio Sirtori, alla luce degli abusi emersi, annunciò di aver chiesto al ministro della Sanità il commissariamento della clinica. Il sindaco di Milano Pillitteri rispose con toni durissimi alla richiesta di commissariare la Mangiagalli, ma la Tomasini (Cisl Sanità) lo richiamò alla realtà: «Pillitteri lo sa che Milano è al primo posto per aborti, drogati e malati di Aids? E con tutto questo, perché continua a indignarsi solo per una richiesta di commissariamento?».

All’assemblea di Mp aveva partecipato pure il ginecologo e docente Carlo Campagnoli dell’ospedale Sant’Anna di Torino, che due anni prima aveva scelto di abbandonare il campo della fecondazione artificiale, perché aveva potuto constatare di persona quanto si nascondeva dietro quel “progresso” della medicina. […]

La manifestazione di Cisl e Movimento Popolare

Il 3 febbraio, al termine di una riunione di sei ore, il consiglio di amministrazione votò un documento a maggioranza (sei a uno, con il solo voto contrario del presidente democristiano Angelo Craveri), che sospendeva dal servizio me e Frigerio, deferendoci alla commissione disciplinare e denunciandoci sia all’Ordine dei medici che alla magistratura. Era stata tolta la vita a una bambina per motivi eugenetici. Erano emersi altri casi di aborto contrari alla legge. Ma per i membri laicisti del Cda l’unico problema era la nostra denuncia dei misfatti, avvenuta – secondo loro – in violazione del segreto professionale. […]

Il 4 febbraio io e Frigerio presentammo ricorso al Tar, mentre il Movimento Popolare lanciava una raccolta di firme per chiedere la nostra reintegrazione e una raccolta di fondi perché la sospensione dimezzava lo stipendio. Il giorno seguente era una domenica e in Italia si celebrava la Giornata per la vita, con Giovanni Paolo II che esortò tutti gli uomini di buona volontà a sostenere sempre l’accoglienza della vita.

La Cisl Sanità e l’Mp organizzarono una manifestazione davanti alla Mangiagalli per protestare contro la decisione del Cda e difendere il nostro diritto di parola. Erano presenti tremila persone tra giovani, mamme, papà, bambini e pensionati. Il sindacato annunciò che il presidio sarebbe diventato permanente se non fosse stato ritirato il provvedimento nei nostri confronti. Esponenti della Cisl, Formigoni e altri parlamentari dissero inoltre che avrebbero esposto gli ultimi sviluppi della vicenda direttamente al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. […]

«Hanno punito per coprire la verità»

Il 7 febbraio anche l’Osservatore Romano prese posizione sulla decisione punitiva presa dal consiglio d’amministrazione della Mangiagalli contro di noi: «Hanno punito per coprire la verità». Nel frattempo, io e Frigerio continuavamo a lavorare perché il presidente Craveri, in un tentativo di resistenza passiva rispetto a un provvedimento ingiusto, non aveva ancora firmato le nostre lettere di sospensione, di cui la Dc chiedeva la revoca invocando contemporaneamente le dimissioni del Cda. Le lettere di sospensione, comunque, arrivarono il giorno dopo, non firmate da Craveri bensì dal vicepresidente. La Cisl Sanità ci consigliò di metterci in ferie, mentre veniva fissata una nuova riunione del Cda per tentare una mediazione.

Il consiglio si riunì sabato 11 febbraio, in pieno Carnevale ambrosiano. In via Daverio, davanti agli uffici della clinica, erano presenti circa duemila persone in attesa della decisione. Ricordo l’impetuoso eurodeputato Nino Pisoni, l’avvocato Peppino Prisco, una donna a cui ho sempre voluto bene e cioè Marcella Gallo, il presidente del Movimento per la vita Francesco Migliori, e Franca, la moglie di Frigerio. Naturalmente c’era anche la mia Maria, assieme a tantissimi altri amici. Era previsto anche l’arrivo del ministro Donat-Cattin e nell’atrio erano presenti molti giornalisti. Ricordo che mi avvicinai al consigliere socialista Carlo Zanussi per chiedergli cosa pensasse. Zanussi mi stava dicendo che secondo lui non avevo violato il segreto d’ufficio, quando comparve alle nostre spalle Augusto Pozzoli, cronista del Corriere della Sera (che io chiamavo “sciarpetta rossa”): il consigliere cambiò immediatamente versione, sostenendo la mia violazione del segreto d’ufficio.

La delibera del Cda e la revoca

Era chiaro come sarebbe andata a finire. Il Cda non diede retta a Donat-Cattin, intervenuto nel primo pomeriggio tra le proteste dei consiglieri comunisti Isa Fadda e Filippo Zaffaroni e del repubblicano Mauro Gioventù, e respinse la richiesta di Giancarlo Cesana, presidente del Movimento Popolare, che chiedeva la nostra completa riabilitazione. Così, sempre con il voto contrario del presidente Craveri, il Cda confermò la delibera del 3 febbraio: sospensione dal lavoro, deferimento al consiglio di disciplina, denuncia all’Ordine dei medici e alla magistratura. Trattati come criminali. Tra l’amarezza della gente che era venuta a sostenerci, tornai a casa sospeso dal lavoro, con lo stipendio dimezzato, otto figli da mantenere e l’affitto da pagare.

Grazie a Dio, dieci giorni dopo il Comitato regionale di controllo della Lombardia (Coreco) revocò le due delibere del 3 e 11 febbraio per “vizio di competenza”, chiarendo che la nostra sospensione poteva essere decisa solo dal presidente – Craveri, che era appunto l’unico a sostenerci – e non dai consiglieri. La decisione del Coreco fu poi ribadita dal Tar. Io e Frigerio potemmo tornare al lavoro.

(2. fine)

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