I registri delle unioni civili? «Sono un flop». E non lo dice Tempi ma Repubblica

Risibile il numero delle coppie di fatto che si sono “ufficializzate” presso il proprio comune. E le giunte coinvolte spiegano: «Colpa dello Stato, serve una legge nazionale»

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I registri comunali delle unioni civili? Sono un «flop». Il dato è conosciuto ma diventa una notizia se a constatarlo è un giornale tifoso dei “nuovi diritti” come Repubblica. In un articolo pubblicato nel sito internet del quotidiano, infatti, Caterina Pasolini scrive con delusione che «gli italiani che decidono i mettere i loro nomi in coppia sui libroni che raccolgono le unioni civili» sono «pochi, duemila in tutto il paese, e sempre meno ogni anno. Troppe pagine restano troppo spesso bianche nei 137 comuni italiani che le hanno adottate, per accogliere chi non può o non vuole sposarsi».

«NUMERI A DUE CIFRE». A parte le «rare eccezioni» come Bari (729 unioni) e Milano (650 unioni da settembre, di cui una su quattro gay), secondo Repubblica «da Bolzano a Napoli passando per Trento, Bologna, Firenze o Roma, i numeri sono rigorosamente a due cifre». Alcuni esempi? A Napoli le coppie iscritte al registro, istituito con parecchio clamore mediatico dal sindaco arancione De Magistris, sono appena 20. «A Pisa, dove il registro esiste da sedici anni – prosegue Caterina Pasolini – sono solo 56 le persone, etero e gay, che hanno deciso di mettere su carta la loro storia d’amore, di annunciare il loro essere famiglia». Emblematico poi il caso di Torino: «Se nel 2010 si erano iscritte in 84, ogni anno il numero si dimezza, 48 nel 2011 e da gennaio sono solo 9 le nuove coppie sul registro del capoluogo piemontese». A Gubbio, addirittura, «dopo dieci anni si erano iscritti solo in due», quindi il registro «è stato chiuso», lamenta Repubblica.

I motivi del fallimento? Il quotidiano ovviamente non rinuncia a una delle sue battaglie più sentite e infatti dà voce ad alcuni amministratori delle giunte coinvolte, che spiegano: «Si iscrivono in pochi perché pochi diritti può dare il Comune», ragion per cui «ci vuole una legge nazionale». È la tesi, per esempio, dell’assessore torinese alle Pari opportunità Cristina Spinosa. Molto più rivelatrice l’argomentazione consegnata a Repubblica di Cristiana Giachi, omologa di Spinosa nella giunta di Firenze, dove le coppie iscritte al registro delle unioni civili sono solo 97, «per la maggioranza etero»: il registro, spiega Giachi, «è soprattutto un simbolo istituzionale», il suo intento era più che altro quello di mandare «un segnale per il governo, in attesa di una legge che riconoscesse pari diritti a tutti, soprattutto per chi non può sposarsi anche se lo vuole, come i gay».

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