Tentar (un giudizio) non nuoce
I disordini di Milano e la vera posta in gioco
Si è appena conclusa un’altra giornata di sciopero generale e manifestazioni in molte città. Abbiamo visto tutti come non siano stati pochi i casi in cui le proteste di piazza si sono trasformate da pacifiche a violente, con assalti, cariche delle forze dell’ordine, danneggiamenti, fermi. Certo, niente di paragonabile a quanto accaduto due settimane fa a Milano e in altre città con episodi diffusi di guerriglia urbana, scontri violentissimi, distruzione di vetrine, barricate, saccheggi di negozi, feriti e arrestati.
Credo che una riflessione su quanto stia accadendo sia necessaria. Innanzitutto, io penso che la violenza non possa mai essere giustificata! Chi si comporta in modo violento sbaglia e, qualunque ragione possa avere, passa sempre dalla parte del torto. Su questo non ci possono essere tentennamenti. Chiunque tenda a giustificare comportamenti violenti è un cattivo maestro. Purtroppo, in giro ne vedo ancora molti. La violenza è la linea rossa di un confine che non può e non deve mai essere superato.
Al tempo stesso la risposta alla violenza non può essere solo ordine e sicurezza! Certamente chi governa il sistema istituzionale ha il dovere di mettere in sicurezza le città e chi vi abita. Ma pensare che bastino più forze dell’ordine o più militari nelle strade per risolvere i problemi sociali alla base di questo malessere diffuso, oltre a essere una pura illusione, è un ragionamento pericoloso. La protesta pacifica non solo è legittima, ma è un fondamento delle nostre libertà, del nostro modello sociale e della nostra democrazia. Peraltro, è un segnale prezioso che indica a chi governa una situazione che richiede attenzione e intervento concreti. Spero dunque di non dovermi svegliare mai in una città o in un paese militarizzato, dove l’uso legittimo della forza da parte dello Stato è l’unica risposta prevista contro l’uso illegittimo della forza da parte dei manifestanti facinorosi. Sarebbe come pensare di curare una malattia oncologica con un analgesico.
La sicurezza pubblica certamente contribuisce a contenere gli effetti del malessere sociale, ma non ne rimuove mai le cause. Tuttalpiù, come succede nei regimi, ne può spegnere il manifestarsi pubblico, ma a costo di gravissime violazioni dei diritti e della dignità delle persone e comunque solo temporaneamente.
Per questo, là dove si deve intervenire per garantire più sicurezza pubblica, al tempo stesso occorre agire con ancor più forza sull’azione politica e sociale per prevenire e per rimuovere le cause che generano questi episodi. Ma qui sta il punto più delicato: quali sono le vere cause di questa violenza? Cosa ha generato realmente gli scontri di Milano? Cosa vogliono i giovani e i giovanissimi, anche di 11-12 anni, che hanno sfasciato il centro e saccheggiato i negozi?
Mi ha molto colpito vedere come non emergesse nella gran parte di loro alcuna consapevolezza né della gravità delle loro azioni, né dei motivi addotti per giustificarle. Forse le proteste di ieri avevano un profilo più ideologizzato; ma quelle del 17 ottobre sembravano piuttosto un assalto di giovani “maranza” alla conquista dei simboli che li fanno sentire qualcuno: i vestiti e le scarpe di una certa marca, quel tal tipo di cellulare o di cappellino, ecc.
Questo mi pare l’aspetto più grave e forse tragico: cosa vogliono davvero questi giovani? In cosa ripongono la loro speranza? Dove pensano di trovare la propria felicità? E, pensando in senso più ampio, dove è finita la loro umanità, il loro senso dell’io, la loro consistenza?
Hanno bisogno di sciamare in branco per sentirsi più forti, sono facilmente inclini alla rissa e alla violenza, ma sono in difficoltà nelle relazioni interpersonali e reali, sostituite dai social e dal virtuale; sembra che vivano la vita come un grande videogioco. Spesso circolano col coltello in tasca, ma appena si va sotto la superficie si percepisce una terribile fragilità e un vuoto di senso e di gusto per il proprio io. Recenti indagini ci dicono che in loro si è smarrita persino la dimensione sessuale, cioè gli impulsi relazionali più basici della vita reale. Certamente si è indebolita la relazione con l’altro che è essenziale per costruire il proprio io.
Qui sta ovviamente anche la responsabilità degli adulti. Abbiamo consegnato allo smartphone il compito di tenere tranquilli e impegnati i nostri figli e nipoti, spesso affinché non ci disturbassero mentre ci facevamo i fatti nostri, e ora ce li ritroviamo incapaci di relazioni normali. E non bastano le spiegazioni sociologiche sulle difficoltà di integrazione delle seconde e terze generazioni. Tra questi giovani smarriti ci sono molti nostri figli italianissimi e benestanti, che hanno avuto tutto ma non l’essenziale: una ragione per cui valesse davvero la pena vivere.
La preferenza è una cosa seria.
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Però sarebbe sbagliato anche scaricare tutte le responsabilità sulle spalle degli adulti. Ogni generazione ha il dovere e il compito di riappropriarsi del senso e dello scopo della propria esistenza. Tutti nasciamo con lo stesso desiderio di significato e di felicità, con lo stesso cuore, con la stessa anima che anela al bene ma è incline al male. Da millenni ciascun uomo e donna, di qualunque epoca e in qualunque luogo, è chiamato a questa sfida, per tutti ultimamente una responsabilità personale, che le condizioni sociali possono certamente aiutare o complicare, ma mai sostituire o eliminare.
Per questo il primo compito degli adulti non è il buonismo di una comprensione, piena di sensi di colpa, che giustifica persino ciò che è ingiustificabile; ma il richiamo a noi stessi e ai nostri figli alla serietà della vita, al fondamento dell’umano, cioè alla necessità di prendere sul serio noi stessi, non nell’apparenza o nel successo o insuccesso agli occhi del mondo, ma nel profondo del nostro io, là dove si conosce realmente chi siamo, che scopo abbiamo e dove fondiamo la nostra consistenza e felicità.
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