I “cattivi” ebrei di Sodastream offrono «un lavoro e una nuova vita» a mille profughi siriani

L’azienda israeliana, al centro l’anno scorso di una grande campagna di boicottaggio per uno stabilimento nei territori occupati, sfida ora il governo Netanyahu che ha deciso di non accogliere rifugiati

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C’è un’impresa israeliana che osa sfidare la decisione del governo di Gerusalemme, annunciata nei giorni scorsi dal primo ministro Benjamin Netanyahu, di non accogliere nei propri confini alcun profugo siriano per ragioni “demografiche”. E non si tratta di un’azienda qualsiasi, ma della famigerata Sodastream, l’industria produttrice di macchine per bevande gassate fai-da-te divenuta l’anno scorso, suo malgrado, uno dei nemici principali dell’attivismo anti-israeliano.

«1.000 PERSONE, 200 FAMIGLIE». Come spiega Haaretz, la società si è detta pronta a fare del proprio meglio per poter garantire «asilo immediato ai rifugiati provenienti dalla Siria», sempre che il governo sia disposto ad autorizzare l’operazione immaginata dall’ad Daniel Birnbaum. Sodastream, in collaborazione con la città di Rahat, dove si trova lo stabilimento interessato dal progetto, «è in grado di assorbire 1.000 persone, o fino a 200 famiglie, e di offrire loro l’opportunità di costruirsi una nuova vita in Israele», ha dichiarato la compagnia in una nota. «Come figlio di un sopravvissuto all’Olocausto – ha spiegato lo stesso Birnbaum – mi rifiuto di starmene da parte a osservare questa tragedia umana che si consuma appena al di là del confine con la Siria».

IL BOICOTTAGGIO. La notizia è doppiamente clamorosa proprio perché, come accennato, l’anno scorso Sodastream è stata fatta oggetto di una rigida quanto assurda campagna avversa da parte del movimento Bds, che si propone di demolire Israele e i suoi sostenitori a colpi di “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni”. Peccato che il boicottaggio organizzato contro Sodastream, colpevole secondo gli attivisti di Bds di avere impiantato un mega-stabilimento a Ma’ale Adumim, uno dei più grandi «insediamenti illegali» israeliani in Cisgiordania, avrebbe colpito soprattutto le presunte vittime del presunto sopruso, visto che l’azienda impiegava nella colonia israeliana oltre cinquecento operai palestinesi su un totale di quasi mille, con ottimi risultati in termini di convivenza tra arabi ed ebrei.

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LA SCELTA DI SCARLETT. Anche Scarlett Johansson è rimasta coinvolta in quella che Birnbaum ha definito «una campagna di propaganda, politica, odio, antisemitismo». La star di Hollywood, di famiglia ebrea, si è trovata infatti ad essere contemporaneamente testimonial pubblicitaria di Sodastream e “ambasciatrice” di Oxfam, e quando quest’ultima ha deciso di sposare la crociata contro l’impresa israeliana, lei ha deciso al contrario di sostenerla, e di mollare invece la gigantesca Ong britannica dopo otto anni di onorato servizio, proprio in nome del tentativo di «pace» visto in atto nello stabilimento contestato. Giusto all’inizio di settembre la compagnia ha annunciato il trasferimento (in corso in questi giorni) dell’unità produttiva dai territori occupati a Rahat, appunto, località del distretto Sud di Israele, dove intende accogliere i mille profughi siriani, Netanyahu permettendo.

«PRENDERE INIZIATIVA». L’azienda va ripetendo pubblicamente che il trasferimento è stato deciso per ragioni economiche e che il boicottaggio non c’entra, ma secondo i giornali c’entra eccome. Comunque sia, l’amministratore delegato sembra deciso a confermare la sua linea di azione: «Esattamente come abbiamo sempre fatto del nostro meglio per aiutare i nostri fratelli e sorelle palestinesi in Cisgiordania, è giunta l’ora che le imprese locali e le amministrazioni municipali si occupino della crisi umanitaria siriana e prendano iniziativa per aiutare coloro che sono nel bisogno. Non possiamo pretendere che i nostri politici si prendano sulle spalle tutto il peso».

Foto Ansa

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