Hillary Clinton, l’Arabia Saudita e l’international company of Lgbt

Ma perché lo Stato più negatore dei diritti umani del mondo sponsorizza l’eroina dell’agenda lgbt?

Pubblichiamo l’editoriale di Luigi Amicone contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nel 2011, da segretario di Stato americano, Hillary Clinton obbligò Lady Gaga a scendere in Italia per portare all’Europride gay un messaggio di “amore e uguaglianza”. Così la Lady venne ai Fori imperiali e alla presenza dell’ambasciatore americano Thorne propagandò il verbo lgbt al milione di folla capitolina. Oggi, l’ambasciata americana insiste e la colonia italiana scatta sull’attenti. Dal presidente Sergio Mattarella al commissario unico Giuseppe Sala, si raccomanda ampio risalto alla giornata contro l’omofobia e alla notizia che quest’anno il Gay Pride italiano sarà festeggiato il prossimo week-end con un party allo stand Usa di Expo.

Le due paginate che il Corriere della Sera di lunedì 18 maggio ha dedicato in sequenza allo spot presidenziale “antiomofobo”, all’intervista all’autore del ddl liberticida che il presidente della Camera insiste perché venga approvato al più presto e, infine, al transessuale “dirigente di Ibm”, opportunamente classificato come “icona” dei diritti, sono istruttive. Tra l’altro: ma da chi è stato segnalato questo signore che a 50 anni, separato, con figli, ha deciso di farsi donna? Da tale benemerita “Parks”. Che secondo il Corriere sarebbe una «associazione no profit che aiuta le aziende a essere più inclusive con gay e trans», secondo il sito lgbt Queer Blog «un’organizzazione lgbt fondata da Ivan Scalfarotto» a cui le multinazionali (per esempio City, Lilly, Ikea, Telecom, Johnson&Johnson) si rivolgono per “curare” la loro immagine gay-friendly.

Insomma, dietro il paravento dei “diritti” e programmi gay-friendly, girano un mucchio di soldi. Formano un esercito di nuovi funzionari e nuovi poliziotti che sotto il cappello delle leggi “antidiscriminazioni” vanno a occupare scuole e corsi di formazione, uffici stampa e Cda aziendali. È chiaro che “amore” e “omofobia” c’entrano nulla con questo business. (Leggetevi la coraggiosa denuncia di Giorgio Ponte su tempi.it). È chiaro che la pressione lgbt c’entra col turbocapitalismo. C’entra con le multinazionali delle biotecnologie applicate alla riproduzione degli esseri umani. E con le più sgangherate sperimentazioni biosociali. Con i “diritti di autore” sulle filiere di embrioni umani. E con la macelleria eugenetica. Con la tecnoscienza che riscrive i Dna. E con le donne rumene che vendono ovociti e quelle indiane che affittano uteri per un pugno di dollari.

Ci dicono che dobbiamo prendere atto che così va il mondo. E che i campioni del “progresso” sono donne come Hillary Clinton, che oltre ai 28 milioni di donazioni saudite ha incassato altri 30 milioni di dollari “americani” per la campagna presidenziale 2016. Ma perché lo Stato più negatore dei diritti umani del mondo sponsorizza l’eroina dell’agenda lgbt? Come si spiega lo strano feeling tra fondamentalismo islamico, politica e multinazionali rainbow? Dopo di che, davanti al totalitarismo “dolce”, delle due l’una: o si diventa servi, o si rimane Sentinelle.

@LuigiAmicone

Foto Ansa/Ap