Decapitati, fatti a pezzi col machete, bruciati vivi. Haiti sull’orlo della guerra civile

«Si parla di 90 morti, 56 feriti gravi, 9 donne stuprate e decine di case e baracche incendiate o distrutte. Aiutateci a portare via i bambini via da questo inferno». L’appello di suor Marcella Catozza, missionaria a Port-au-Prince

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Il 13 novembre, poco prima delle 16 e per più di un’ora, si sono sentiti colpi di armi automatiche a La Saline, quartiere di Port-au-Prince, capitale di Haiti. Molti abitanti sono fuggiti dalle loro case. La sera, i membri della banda Base Nan Chabon, con l’aiuto di altre, si sono introdotti in almeno 150 case, hanno portato fuori uomini e donne, e li hanno giustiziati in strada. Alcuni sono stati decapitati, altri fatti a pezzi con i machete e altri ancora fucilati. Molti cadaveri sono stati bruciati. Alcune gang sono arrivate guidando mezzi del trasporto pubblico. Il 13 novembre sono morte in tutto 73 persone, tra cui 16 donne e 6 minori, compresi due bambini di tre anni, 7 donne sono state violentate. Almeno 150 case sono state razziate o crivellate di colpi o incendiate.

Questo non lo trovate scritto negli articoli dei pochi giornali che nei giorni scorsi hanno dato notizia delle manifestazioni di protesta contro l’attuale presidente della Repubblica, Jovenel Moise, quando in migliaia ne hanno chiesto le dimissioni marciando, il 23 novembre, verso il Palazzo nazionale. La motivazione ufficiale sarebbe l’accusa al presidente di non aver aperto un’indagine sulle accuse di corruzione, rivolte all’amministrazione precedente, in merito al Petrocaribe, l’alleanza con il Venezuela per l’acquisto di petrolio a condizioni di pagamento favorevoli: 3,8 i miliardi di dollari ricevuti da Haiti nell’ambito del programma Petrocaribe a cui hanno aderito molti altri Stati caraibici. Ma la motivazione non spiega tutto.

Non spiega un paese sull’orlo della guerra civile, ostaggio della connivenza tra Stato e banditismo. Non spiega quello che trovate scritto nel rapporto del Réseau national de Défense des Droits Humains (Rnddh), che ha condotto un’inchiesta dal 18 al 28 novembre sugli scontri avvenuti a La Saline, dove si trova lo storico mercato pubblico della Croix-des-Bossales. I capi delle bande armate fanno parte di organizzazioni con base a La Saline, che lavorano insieme alle autorità haitiane per distribuire kit alimentari, sanitari e scolastici ai più bisognosi. Le bande armate sono ben conosciute dalle autorità dello Stato e del governo, che forniscono loro aiuti per assicurarsi la loro fedeltà. Da diversi anni, spiega il rapporto, le bande armate di La Saline si combattono senza pietà per il controllo del mercato, taglieggiando i mercanti. Centinaia di persone sono già morte in questa lotta armata, sfruttata ultimamente da uomini politici. La popolazione de La Saline convive con questa violenza e riconosce l’autorità dei capi delle bande armate e dei loro soldati. I mercanti sono costretti a versare somme di denaro ai capi delle bande. L’1 novembre 2018, mentre alcuni membri di una banda armata festeggiavano Ognissanti, sono stati attaccati da un’altra banda. Sono morte cinque persone. E il 13 novembre, ricordiamolo ancora, 73, tra cui due bambini di tre anni.

Suor Marcella Catozza, missionaria francescana, vive nell’immensa baraccopoli di Waf Jeremie alla periferia di Port-au-Prince dal 2005. Una vita spesa per i bambini in Albania, Kosovo, Brasile, è in questo quartiere abitato da 70 mila persone dove sorge la missione Vilaj Italien che la battagliera suor Marcella ha dato vita all’ambulatorio pediatrico San Franswa (diventato poi una vera e propria clinica la cui attività, racconta la religiosa a tempi.it, è stata bruscamente interrotta alla fine dell’estate per mancanza di fondi), ad un orfanotrofio che oggi accoglie 144 ospiti e una scuola materna che si prende cura di 450 bambini. È stata la prima a denunciare con una lettera aperta il caos scoppiato nel paese. «Nessuno ne parla, anzi addirittura c’è chi nega tutto, come l’ambasciatore americano, il quale dice che non sta succedendo nulla di grave. Obbedisce a degli ordini: se l’America ammettesse che siamo sull’orlo della guerra civile dovrebbe intervenire militarmente e automaticamente dovrebbe dare rifugio politico a un milione di haitiani che lo chiederebbe. Quindi l’ordine per tutti è non parlarne».

Suor Marcella, ci aiuta a fare un punto su che cosa è capitato nei giorni scorsi?
Nelle ultime settimane abbiamo vissuto momenti di forte tensione, il partito dell’opposizione ha chiamato il popolo a scendere in strada per chiedere le dimissioni immediate del presidente. La rivolta ha toccato diverse città del paese, paralizzandolo completamente: scuole chiuse, banche chiuse, strade vuote. Erano state innalzate delle barricate fatte di copertoni infuocati che non permettevano il passaggio né di macchine né di moto. Ma il problema serio per noi è stato che le bande armate della zona hanno approfittato del caos per iniziare una guerra per il controllo del mercato nazionale. Gli scontri a fuoco sono durati ore, giorno e notte, nessuno poteva uscire dalle case, ma la violenza entrava dovunque. Si parla di 90 morti, 56 feriti gravi, 9 donne stuprate e decine di case e baracche incendiate o distrutte. Io stessa ho curato un giovane a cui era stata aperta la faccia in due con un colpo di machete, 38 punti per tentare di ricostruirlo.

Lei ha denunciato la situazione parlando di Haiti sull’orlo della guerra civile. Che idea si è fatta di cosa sta succedendo? 
Penso che ci sia qualcosa di grosso sotto, e non credo che i banditi abbiano solo approfittato della situazione del paese. Forse sono delle pedine, mosse a dovere secondo gli scopi precisi di qualcun altro, parte di un piano preciso che punta alla destabilizzazione totale del paese.

Le scuole, i supermercati, le banche ora hanno riaperto? Ci racconta qualche aneddoto relativo ai disagi vissuti da tutti voi, nel vostro quartiere? 
Sì, è tutto riaperto. Gli aneddoti in genere sono avvenimenti simpatici, qui invece sono accadute cose tragiche: qui all’orfanotrofio siamo rimasti con 144 bambini senza una goccia d’acqua, potabile o meno. E nessuno poteva intervenire perché ci trovavamo al di là della linea di fuoco: oltrepassarla era impossibile. Persino l’ unità di crisi italiana, avvertita dagli amici, dopo avermi messo in contatto con l’ambasciata di Panama e con il console ad Haiti, non ha più potuto fare niente. Esaurite le scorte, siamo rimasti senz’acqua per 48 ore ed è stato incredibile scoprire come i nostri bambini abbiano vissuto questa circostanza con serenità e tranquillità. Non c’era da bere, potevamo solo aspettare.

Cosa avete raccontato di quanto stava accadendo ai bimbi dell’orfanotrofio? E le attività della clinica sono proseguite?
Non abbiamo dovuto raccontare nulla. I bambini non sono stupidi, sono bambini, quindi le cose le capiscono e sapevano benissimo cosa stava accadendo, per lo meno i più grandi. Ma il clima nella casa di accoglienza Kay Pe’ Giuss non è cambiato. Si è andati avanti, come ogni giorno, anche grazie allo staff che ha dovuto affrontare fatiche non da poco: chi era lì al momento dello scoppio delle violenze ci è rimasto per una settimana prima di poter ricevere il cambio. La clinica è chiusa dal 31 di agosto per mancanza di fondi. Chi la finanziava ha dovuto interrompere il finanziamento.

Ha avuto modo di parlare con qualcuno dei manifestanti, conosce qualche ragazzo o famiglia coinvolta negli scontri?
Io vivo in mezzo a questa gente da 14 anni, li conosco e parlo con loro tutti i giorni, ma quello che mi dicono resta qui. Io denuncio solo la miseria di un paese che non trova la strada per ricominciare.

Le soluzioni del governo sembrano palliativi, qual è la situazione vera di Haiti dal punto di vista del lavoro, della povertà e della criminalità?
Basterebbe che la volontà politica mondiale incominciasse davvero a far avanzare i paesi del quarto mondo. Ma nessuno lo vuole, troppi interessi economici, politici, sociali. Inutile pensare strategie o interventi parziali. Qui il fenomeno del banditismo è mantenuto dallo Stato allo scopo di garantirsi una forma di controllo sulle popolazioni ignoranti delle baraccopoli. E abbiamo avuto l’Onu in missione di pace per più di dieci anni.

Cosa si può fare per aiutarvi? 
Fondamentalmente pregare, perché pregare è l’unica posizione vera del cuore: chiedere che Dio intervenga nella storia. Ma potreste aiutarci anche a ottenere dal governo italiano i visti per 35 bambini perché vengano in Italia a studiare. Abbiamo un progetto, ad Assisi, con una casa nata proprio per loro. La scorsa estate sono venuta in Italia con 25 di questi bambini a vivere un campo estivo di tre mesi, un’esperienza grandissima per tutti, grandi e piccini. Ora vorremmo portarli via da questo paese che non dà loro un futuro – sono già stata invitata a ritirarli dalla scuola, perché bambini provenienti da orfanotrofio di un quartiere violento –, condannandoli al nulla e quindi alla strada e alla sua violenza. Potreste aiutarci in questa campagna aprendo una raccolta di firme da presentare al governo, scrivendo articoli che sensibilizzino a questo, come la fantasia vi suggerirà. È l’ unico aiuto di cui abbiamo necessità adesso.

Foto Ansa

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