«Lo Stato mi ha tenuto in carcere per 22 anni da innocente. E ora non mi vuole nemmeno risarcire»

Intervista a Giuseppe Gulotta. «L’avvocatura dello Stato si è opposta alla richiesta di risarcimento dicendo che sarebbe stata colpa mia se sono stato in cella per tutti questi anni ingiustamente»

Giuseppe Gulotta abbraccia il suo difensore il giorno della sentenza di revisione, che lo ha proclamato innocente dopo 36 anni (foto da internet)

Ha trascorso ventidue anni della sua vita in carcere per un errore giudiziario, prima di essere assolto completamente: oggi non solo lo Stato non vuole risarcire Giuseppe Gulotta per l’ingiusta detenzione e i danni provocati, ma per giustificare il proprio rifiuto sostiene la tesi che l’errore della giustizia sia avvenuto per colpa di Gulotta stesso. La vicenda (che tempi.it ha ricostruito per la prima volta qui), è iniziata nel 1976, quando l’uomo – originario di Alcamo Marina (Tp) – aveva solo 19 anni: fu accusato di essere stato il colpevole di una strage ad una caserma in cui erano morti due giovani carabinieri. I giudici sostenevano che Gulotta avesse confessato non appena arrestato, ma l’uomo in aula si è sempre proclamato innocente, e ha riferito che la confessione gli era stata estorta a suon di calci e pugni. Così Gulotta ha trascorso XX anni in carcere.
A ben 36 anni dai fatti, nel 2012, un ex carabiniere che si era occupato di quell’indagine, Renato Olino, si è presentato spontaneamente dai giudici raccontando che quello che Gulotta diceva era vero: era stato torturato, al momento del fermo, dai carabinieri e solo per questo aveva reso una falsa confessione di colpevolezza. Il processo di revisione, conclusosi nel febbraio 2012, ha assolto definitivamente Gulotta e in seguito i suoi difensori hanno presentato una richiesta di maxi risarcimento per l’uomo, uscito di prigione solo a 55 anni. Il processo per il risarcimento si celebra ora in Calabria ed è in queste aule che l’avvocatura dello Stato ha rifiutato di riconoscere il danno, come racconta a tempi.it in esclusiva lo stesso Gulotta.

Gulotta, perché ha deciso di proseguire la sua battaglia giudiziaria?
Per la richiesta di risarcimento danni, dopo l’assoluzione piena per non avere commesso il fatto, che ho ottenuto dopo essermi proclamato innocente per trentasei lunghi anni della mia vita. Quando sono entrato in carcere ero un ragazzo di 19 anni, lavoravo onestamente come muratore nel mio paese: ne sono uscito ormai uomo di mezza età. Si sono presi ingiustamente tutta la mia vita, che ho consumato dietro le sbarre. Mi sembra giusto avere un risarcimento, per poter ripartire serenamente. La prima udienza si è tenuta il 5 novembre. Secondo il conteggio generale presentato dai miei avvocati, chiedo 50 milioni di euro, anche se io penso che nessuna cifra basti per ciò che mi è stato tolto.

Tuttavia in aula lei ha avuto una brutta sorpresa da parte dello Stato italiano.
Sì. L’avvocatura, per conto dello Stato, si è opposta alla richiesta di risarcimento dicendo che sarebbe stata addirittura colpa mia se sono stato in cella per tutti questi anni ingiustamente. Secondo l’avvocatura, infatti, io avrei dovuto resistere alle torture. La colpa sarebbe mia per non averlo fatto: avrei così provocato io stesso l’errore giudiziario. Sfido chiunque a resistere a quello che ho subìto io, che ho parlato solo per di farli finire di picchiarmi.

È vero che quando venne arrestato nel febbraio del ’76, durante il primo interrogatorio, i carabinieri le puntarono una pistola alla tempia?
Sì. Mi puntarono una pistola, facendola scattare a vuoto. Al momento del fermo, mi avevano portato in caserma, e chiuso in una stanza dove la notte mi raggiunsero in circa dieci carabinieri. Mi legarono alla sedia mani e piedi con le manette, e mi iniziarono a massacrarmi di botte. Prima davano calci alla sedia, poi mi lasciarono penzoloni, continuando a darmi botte. Mi accusavano dell’uccisione dei due carabinieri. Io gridavo solo quello che sapevo, che non ero stato io e che non ne sapevo nulla. All’alba svenni. Loro mi svegliarono gettandomi dell’alcool in faccia. Dissi che avrei detto tutto quello che volevano. Loro mi dissero che o dicevo che avevo ucciso i carabinieri o mi avrebbero ammazzato. Se non avessi confessato sentivo che da lì, vivo, non sarei uscito. Credo che il verbale d’interrogatorio fosse già stato scritto, perché come risposta dovevo dire solo “sì”, e basta. “Gulotta è vero che lei ha ucciso i carabinieri?”, era tutto pre-impostato. Il pomeriggio del 13 febbraio, quando venni portato in carcere e interrogato dal magistrato, a lui dissi subito che la confessione mi era stata estorta con calci e botte. Ma già da quel momento tutti i giudici avevano smesso di credermi.

Cos’è successo all’udienza dell’altro giorno alla Corte d’appello di Reggio Calabria nel processo per il risarcimento?
Sono rimasto positivamente colpito dalla decisione dei giudici della corte d’appello, che hanno nominato invece dei periti per valutare l’entità dei danni e del risarcimento. Ciò mi fa supporre che la corte ha ammesso che l’errore dello Stato nei miei confronti ci sia stato: perciò hanno solo chiesto a dei periti super partes una nuova valutazione. Il fatto è che nel momento non so come andare avanti. Ho 57 anni, mi trovo in grosse difficoltà economiche e non trovo chi mi dia lavoro. Sono uscito dal carcere da tre anni, all’inizio ero stato assunto come operaio in una ditta di manufatti in cemento, poi l’anno scorso a maggio hanno trovato un pretesto per lasciarmi in strada. Io letteralmente non ho la possibilità di comprare il pane. Intanto, però, dovrò aspettare sino alla prossima udienza, il 10 di giugno, con la speranza che si venga a capo della storia.

Dopo la sua assoluzione lo Stato, la magistratura, i carabinieri o qualche istituzione, le hanno chiesto scusa?
No. C’è stato, per usare le parole del mio avvocato, un silenzio assordante. Da questo aspetto non è avvenuto assolutamente nulla.

Ha mai avuto modo di incontrare Renato Olino, il carabiniere che ha confessato le torture che ha subìto? La sua testimonianza è stata essenziale per l’apertura della revisione.
Ho incontrato Olino in occasione del processo di revisione quando venne a testimoniare in aula. Dopo, si è avvicinato e mi ha chiesto scusa per lui e per gli altri carabinieri che mi avevano colpito quel giorno e hanno invece sempre taciuto. Sono le sue scuse personali, le apprezzo. Ma non sono certo le scuse di uno Stato che mi ha perseguitato per anni.

È stata appena creata una pagina-comunità su facebook di suoi sostenitori: “Una vita in carcere da innocente”. Chi la gestisce? Cosa pensa dei messaggi che ha ricevuto su questa pagina?
L’hanno creata i giornalisti Nicola Biondo, che ha collaborato alla mia autobiografia Alkamar (qui la recensione di tempi.it) e Matteo Ponzano, che lavora in una webradio. Grazie a questa pagina, ho ricevuto moltissimi messaggi di stima e solidarietà da parte di centinaia di persone comuni. La loro solidarietà è stata più forte dello Stato: anche se li conosco solo “virtualmente”, li sento molto vicini e mi danno la forza di andare avanti.