Guerrini: «I lavoratori ipertutelati rinuncino ai loro privilegi»

Sono oltre 1 milione i giovani under 35 disoccupati secondo l’ultimo rapporto di Confartigianato. Guerrini, presidente, spiega a Tempi.it: «Una fascia di lavoratori ipertutelati tappa l’accesso al mondo del lavoro. Serve che rinuncino ai loro privilegi, per il bene di tutti. Bisognerebbe detassare il lavoro e ridurre i costi degli enti pubblici»

Mentre il dibattito mediatico si concentra sulla manovra, passa in sordina il fatto che da inizio estate è avvenuto un nuovo taglio di posti di lavoro. Secondo l’Istat, sono stati almeno 14 mila gli occupati in meno solo nel mese di giugno, mentre il tasso di occupazione resta fisso all’8 per cento per effetto dell’aumento dei contratti atipici. A ciò si aggiungono i dati pubblicati dall’Istituto Svimez sul Mezzogiorno in luglio, secondo i quali solo un giovane su tre è occupato. Senza allarmismi, si osserva in questi mesi che a restare stabile nel Paese è proprio il lavoro precario. Un dato confermato anche da un recentissimo rapporto di Confartigianato, pubblicato a fine agosto. Con Tempi.it ne parla Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato.

Guerrini, cosa emerge dal vostro ultimo Rapporto sul lavoro?
Che l’Italia ha il record negativo di disoccupazione giovanile d’Europa. Sono 1 milione e 138 mila i giovani al di sotto dei 35 anni disoccupati. Ma osservando più da vicino questo dato, si nota un altro significativo particolare. Per i giovani tra i 15 e i 24 anni si osserva che la disoccupazione (al 29,6 per cento rispetto al 21 per cento del resto d’Europa) è causata dalla difficoltà di accedere tout court al mercato del lavoro, mentre per i ragazzi tra i 25 e i 35 anni la causa è un recente licenziamento. Ancora: se la media nazionale sarebbe del 15,9 per cento, nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione sale al 25 per cento. Tradotto, significa che nel Meridione ci sono 538 mila giovani senza lavoro; la maggior parte di loro è in Sicilia, poi in Campania e in Basilicata. Il Rapporto analizza anche la situazione degli over 35: tra i 25 e i 54 anni sono inattivi il 23,2 per cento degli italiani. Per l’occupazione giovanile, penso che la vera partita dell’Italia si giochi al Sud. Per quanto riguarda l’aumento dei contratti atipici, e proprio per il mondo degli artigiani che rappresento, dove si fa largo uso dell’apprendistato, teniamo conto che nel 73 per cento dei casi gli atipici si concretizzano in un contratto a tempo indeterminato, perché la formazione, una volta data, non viene regalata alla concorrenza.

In che modo si può rilanciare l’occupazione?
Anzitutto evitando di ripetere gli errori fatti per decenni, con la creazione di posti di lavoro “finti”, cioè con una mole enorme di impieghi nella pubblica amministrazione, che si ripercuotono su tutti perché sono di fatto remunerati con le tasse dei cittadini e dell’economia reale. Oggi non è più possibile, con la soglia della pressione fiscale già altissima. Depurata dall’enormità del lavoro sommerso, che oggi esiste eccome, la pressione fiscale “formale” sulle imprese oggi si aggira intorno al 48 per cento. Con l’aggiunta del sommerso, la soglia sale al 50 per cento. È impossibile che un’impresa stia in piedi pagando la metà dei propri guadagni in tasse. Questo è un problema che va avanti dagli anni ’90 e le conseguenze le stanno pagando i giovani, che entrano oggi nel mercato del lavoro. Abbiamo una fascia di lavoratori che gode di tutte le tutele, con stipendi e contratti parametrati agli anni ’90, che rappresentano un “tappo” per i giovani. Bisogna trovare un sistema per rimuovere quest’ostacolo.

Come?
Dobbiamo convincere tutti i lavoratori iperprotetti, i pensionati iperprotetti e i baby pensionati, che chi ha avuto garanzie in passato deve rinunciare a qualcosa. La prima a dare l’esempio deve essere la classe politica, rinunciando ai propri privilegi sugli stipendi e sulla sicurezza. Il meccanismo altrimenti non riprende. Quali rinunce servono in concreto? Occorre che tutti lavoriamo di più: quindi chiediamo al governo di detassare gli straordinari. Bisogna avere il coraggio di diminuire i costi della macchina pubblica e burocratica, che divora quasi il 50 per cento del Pil: accorpiamo le rappresentanze più piccoli (Comuni e Province). Abbandoniamo gli asset di proprietà statale non strategici: ci sono 1.300 società pubbliche locali che erogano servizi dal trasporto urbano, all’acqua e il gas, allo smaltimento rifiuti, che sono delle piccole “Iri” detenute dagli enti locali e agiscono spesso in regime di monopolio. Di tutto ciò non si sente affatto il bisogno. Hanno registrato un aumento delle tariffe del 138 per cento ogni anno a fronte di servizi inefficienti. Vanno liberalizzate. Inoltre, bisogna vendere i patrimoni immobiliari non strategici. Infine, serve far ripartire i consumi.

Rispetto a queste proposte, come giudicate la manovra del governo?
Purtroppo anche questo governo non sta considerando il proprio programma: questa classe politica non sembra avere il coraggio di fare delle riforme. La manovra infatti mi pare poco coraggiosa, perché rimanda la riforma degli enti locali, così come il contenimento dei costi della pubblica amministrazione. E invece queste cose vanno fatte adesso, anche se toccano gli interessi di certi partiti. Anche i tagli alle cooperative sono un brutto segnale, perché inasprire la pressione fiscale è sempre sbagliato, specie in un paese dove è già altissima. Meglio il contenimento dei costi. Stesso discorso per l’aumento dell’Iva. E’ questo il momento di fare le cose di cui c’è davvero bisogno, è nei periodi di crisi che bisogna esprimere coraggio.