Grillini e Pd si “parlano” sulla Tav. Perdere il treno per Lione per prendere quello del Governo?

Avvicinamenti tra Pd e M5S in nome del no alla Tav. «Un divorzio con la Francia, in favore di un’amante a cinque stelle, costerebbe almeno 1 miliardo e 600 milioni».

Un appello per «aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi della Tav e sulle eventuali alternative». A lanciarlo, nei giorni scorsi, il presidente di Libera don Luigi Ciotti insieme al giurista Livio Pepino, politici (tra cui il sindaco di Bari Michele Emiliano) ed esponenti della società civile. Secondo i proponenti, «non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica». La richiesta, rivolta  all’attuale governo, è quella di «un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell’interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali».
Don Luigi Ciotti da tempo cerca di giocare un ruolo di mediatore sulla vicenda della nuova linea ferroviaria. Esponenti di spicco del coté ciottiano, passati alla politica, sono vicini o convergenti sulle posizioni trenocrociate.
Pesante, poi, la firma del primo cittadino barese. Grande sostenitore del passo indietro del Pd, in favore di Beppe Grillo, rispetto all’assunzione dell’incarico di formare il Governo, in svariate occasioni ha rilasciato dichiarazioni più che scettiche rispetto alla Tav. Ed è ben noto che uno dei punti di divergenza più forte tra democratici e grillini è proprio sulla realizzazione o meno della nuova linea tra Torino e Lione. Qualche maggiorente del Pd subalpino, dietro la garanzia dell’anonimato, suggerisce che «l’abbandono della Tav potrebbe essere merce di scambio per il via libero al Governo».
Tra quanti, nel Pd, certo non vogliono abbandonare la realizzazione c’è Stefano Esposito, che pure aderisce alla proposta di un surplus di riflessione. «Occorre, però, – chiarisce il senatore – assoluta onestà intellettuale, chiarendo su che cosa si vuole dialogare e confrontarsi. Perché se il dialogo è solo un paravento per nascondere la volontà di dire No alla Torino-Lione senza se e senza ma, allora si scelgano altre più veritiere parole e si dica che ci si attende una resa dello Stato e della democrazia. La nuova linea ferroviaria Torino-Lione non è un’imposizione, ma una decisione che è stata presa nel corso degli anni da Unione europea, Parlamento italiano, Regione Piemonte, Provincia di Torino». Insomma, chiarisce il parlamentare, va bene, «se vogliamo dialogare sul come farla». Altrimenti, ribadisce, «non di dialogo si tratta, ma di altro. Dobbiamo dialogare sul come fare l’opera o sul se farla? Il tempo del se si è esaurito da molto».
Proprio sui costi dell’eventuale stop al supertreno si è innescato l’ennesimo scontro tra il Presidente dell’Osservatorio Mario Virano ed il movimento No Tav. Con il primo che sostiene che «un divorzio, in favore di un’amante a cinque stelle, con la Francia su questo progetto costerebbe almeno 1 miliardo e 600 milioni». Per i No Tav, invece, «nulla di tutto questo è previsto dagli accordi. Ed, in ogni caso, si tratterebbe di un danno ben minore di quello che si produrrebbe con la realizzazione».
Tra appelli e polemiche, che ci sia chi voglia perdere (o far perdere) il treno per Lione per prendere quello del Governo?