Greta Thunberg è un genio (della bigiata)

L’attivista svedese salterà un anno di scuola per dedicarsi alla lotta contro i cambiamenti climatici. Realizzando il sogno degli adolescenti di tutti i tempi

Fare sega, marinare, bigiare: aggiornate la saga dell’edificazione morale di Greta Thunberg, perché Greta Thunberg è un genio, Greta è un maestro, incartiamoci i quarti di bue con quello che abbiamo scritto su Greta Thunberg. Perché Greta è riuscita a dimostrare, là dove era tutta campagna intellettualclimatica e un articolamentare «eccoli, i bambini che agendo da adulti rimproverano agli adulti di agire come bambini», che dietro agli scioperi, i palchi a pedali, le mordacchie immaginate dagli zelanti adoratori dei Friday For Future per i detrattori di un pensiero non thunberghianamente allineato, l’adolescenza c’è, ed è più viva e sincera che mai.

«IL TEMPISMO È TUTTO»

Greta Thunberg si prenderà “una pausa” dagli impegni scolastici, interromperà temporaneamente gli studi per concentrarsi sulla campagna ecologista: «Il tempismo è tutto», dice lei, glielo chiede il pianeta, evviva la terra abbasso la scuola. E qui deponiamo le penne, alziamo le mani, siamo tutti buoni a sognare per l’Italia un domani dove gli abbandoni scolastici saranno percentuali residuali, le competenze dei figlioli rispetteranno la media europea, il disagio giovanile frutto di disoccupazione mentale e frustrazione da caserma (bullismo, cyberbullismo, haterismo eccetera) verrà drasticamente abbattuto e blablà: Greta, l’esempio, l’icona del cambiamento, la bambina invitata a intervenire alla conferenza delle Nazioni Uniti e a Katowice e al World Economic Forum di Davos, annoverata nella lista della rivista Time fra le 100 persone più influenti del mondo e in lizza per il Nobel della pace, come Walesa e Madre Teresa di Calcutta, ha finalmente realizzato il sogno di tutte le generazioni. Far scendere verso il basso la curva delle emissioni per mantenere il riscaldamento globale tra 1,5 e 2 gradi celsius? Macché, saltare un anno di scuola. Con una giustificazione interplanetaria.

NOI, EX STUDENTI AL CARPACCIO

In fondo che ne sappiano noi della fatica di trovare risposte realistiche e razionali alle inquietudini e ai bisogni del tempo presente, noi cresciuti a Bim Bum Bam, ostinati a piantare in vaso i semi allegati a quella garzantina di vecchi babbi ecologisti degli anni Novanta chiamata Topolino. Dilettanti, noi, convinti all’età di Greta che in questa foresta pluviale che è il mondo la salvezza per la stirpe andasse conquistata di giorno sui banchi e di notte svegli come coyote a escogitare come saltare l’interrogazione di trigonometria o la versione di Aristotele. Noi, ex studenti al carpaccio, con la carta da lucido in controluce sulla finestra per imparare a falsificare la firma di mamma e papà, il gran respirone prima di apporla in calce ad “assente per indisposizione”, e poi via in bici, motorino, tram, con la scarpa giusta o sbagliata, l’ansia di incrociare i figarini reggicoda dei prof, la giornata al parco se era bello, al bar se era brutto, tornare a casa all’ora giusta seguiti da una sinfonia odorosa di patate fritte, sigarette, erba fermentata, cappotto umido di pioggia, elaborando i futuri scenari possibili (“come è andata?”, “Bene, ho preso sette in seno, coseno e otto al nove nelle Catilinarie”, la faccia di marmo come il pavimento della chiesa di Santa Maria alla Porta dopo il bombardamento).

NOI IN PRESIDENZA (MICA A DAVOS)

Noi, assi della bigiata part time, quando ancora il femminismo era da venire (“la mia amica è stata male alla fermata di Crocetta”, “sa è in quel periodo”, “e niente, le ho tenuto i capelli mentre vomitava nel cestino della metro”), noi che avevamo un master in guardare l’animale o il fratellino domestico malissimo fingendo si fosse mangiato il libretto delle giustificazioni, noi che scioperavamo al campetto, giocando al campetto, a bordo campetto. Solo che quando ti sgamavano e tiravi in ballo le bombe, le mine, la fame, la sete, l’America e Bush, invece che a Davos ti spedivano tra le fauci dell’iradidddio del preside o di mamma e papà.

«SEMBRA IMPOSSIBILE FINCHÉ QUALCUNO LO FA»

Noi convinti che non ci fosse niente di più ragionevole, giusto, naturale, nel cominciare l’avventura della vita, del mettere il piede dove l’avevano messo i nostri padri, le nostre madri, anche solo per calpestarli, noi a scuola, a fare marcette, noi che dopo cinque ore di libertà ci sentivamo per statuto iscritti al partito dei Davide contro Golia, noi oggi alziamo le mani: «Sembra impossibile finché qualcuno lo fa», ama ripetere Greta mutuando il mantra dal forse un giorno collega di Nobel Nelson Mandela. E nell’era del registro elettronico, dell’sms inviato ai genitori se non rispondi all’appello, in altre parole del gps incombente sul destino delle generazioni a cui abbiamo rubato il futuro e a cui non potremo restituirlo se non con un’operazione di favoreggiamento (è il pianeta che ce lo chiede, mica Platone), Greta Thumberg ce l’ha fatta. Istituzionalizzare la bigiata tra gli applausi del mondo.

LA TRAVERSATA DELL’ATLANTICO

Certo, che faranno ora i milioni di studenti delle 2052 città che hanno aderito agli scioperi del venerdì perché “ci state rubando il futuro”- e che ti scioperi a fare se non vai a scuola? – non lo sappiamo. Oggi che fonti vicine all’attivista svedese 16enne hanno detto che Greta sarà a settembre a New York al summit sul clima, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre, non sappiamo neanche che ne sarà del “tagskryt”, prendere il treno invece dell’aereo (e infatti per arrivare in Italia i Thunberg ci hanno messo sei ore da Stoccolma a Cophenaghen, altre sei fino ad Amburgo, altrettante fino a Strasburgo, poi quasi sette per Milano e da lì a Roma, stazione dopo stazione, risparmiando 300 kg di Co2 e 300 ore di lezione, immaginate per arrivare in Cile). «Dal momento che non viaggio in aereo, devo attraversare l’Atlantico in un altro modo. Non ho ancora capito come, ma ci arriverò in un modo o nell’altro». Sappiamo che ce la farà. Come Cristoforo Colombo.

L’HAPPY END ATTESO DA GENERAZIONI

Greta Thunberg somiglia alla Margherita Dolcevita di Stefano Benni, la mica tanto piccola bambina ecologista dell’omonimo romanzo che non crede mai al “tutto andrà bene” dei grandi: «Quando i bambini crescono e diventano adulti, capiscono subito che quello che gli avevano detto da bambini non è vero, eppure riciclano ai loro figli l’antica bugia. E cioè che tutti vogliono consegnare ai bambini un mondo migliore, è un passaparola che dura da secoli, e il risultato è questa Terra, questa vescichetta d’odio. Perciò io, che sono una bambina in scadenza, penso: a) che i grandi non hanno più nulla da insegnarci; b) che sarebbe meglio se noi prendessimo le decisioni, e i temi scolastici contro la guerra li scrivessero loro; c) che dovrebbero smettere di fare i film dove la giustizia trionfa e farla trionfare subito all’uscita del cinema». Spettacolo, Greta Thunberg, che nella lotta contro il tempo e le bugie dei grandi per riprendersi il futuro ci ha già regalato un happy end atteso da generazioni.

Foto Ansa