Tentar (un giudizio) non nuoce

Giusto non aderire al Board per Gaza

Di Raffaele Cattaneo
24 Gennaio 2026
Va fatto, e l’Italia lo fa, tutto il possibile per sostenere la popolazione della Striscia, ma la politica estera non può muoversi fuori dal perimetro costituzionale
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri (foto Ansa)
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri (foto Ansa)

La sofferenza della popolazione civile di Gaza interpella la coscienza di tutti. Ma uno Stato democratico non risponde alle tragedie sospendendo i propri princìpi fondamentali. Al contrario, è proprio nei momenti di maggiore pressione emotiva che la politica deve dimostrare lucidità, rispetto delle regole e fedeltà alla propria architettura costituzionale.

In questo senso, la decisione del governo italiano di non aderire al cosiddetto Board per Gaza non è solo politicamente legittima, ma costituzionalmente fondata.

La “parità” che manca

L’adesione a un organismo sovranazionale privo di una chiara base giuridica, non riconducibile a trattati internazionali ratificati dal Parlamento e dotato di poteri di indirizzo e supervisione su un territorio coinvolto in un conflitto armato, solleva infatti seri profili di incompatibilità con l’ordinamento costituzionale italiano.

La nostra Costituzione è molto chiara. L’articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo «in condizioni di parità con gli altri Stati» e solo all’interno di ordinamenti che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni. È difficile sostenere che il Board per Gaza risponda a questi requisiti, dal momento che non si inserisce in un quadro multilaterale riconosciuto, non ha un mandato democratico definito, né una struttura di responsabilità chiaramente delimitata.

La presidenza cucita addosso a Trump

Vi sono poi alcuni aspetti oggettivamente discutibili e persino bizzarri: l’evidente tentativo di costruire una sorta di “Onu privata”. Addirittura, la presidenza del Board sarebbe nelle mani di Donald Trump a titolo personale, non in quanto presidente – ovviamente pro tempore – degli Stati Uniti. Significa che quando le prossime elezioni americane saranno vinte da un altro (Trump, infatti, non sarebbe neppure candidabile in quanto avrebbe già esercitato due mandati previsti dalla Costituzione come limite massimo) non toccherebbe al nuovo presidente presiedere il Board.

Ciò che distingue le istituzioni democratiche e lo stato di diritto dai regimi autoritari è proprio la scelta costituzionale – ma sarebbe meglio dire la necessità – di prevedere un sistema di checks and balances, di controlli e bilanciamenti proprio per evitare il rischio un esercizio dispotico del potere personale.

Il problema Putin

A questo si aggiunge un ulteriore elemento che riguarda la coerenza della politica estera italiana. Il Board per Gaza prevede la partecipazione di leader e Stati che oggi si collocano su fronti profondamente divergenti rispetto alle posizioni assunte dall’Italia negli ultimi anni. Tra questi, anche la Federazione Russa guidata da Vladimir Putin.

Io credo che ritornare a parlare con Putin sia una necessità, se vogliamo raggiungere la pace. Ma ciò deve avvenire nel contesto e nelle sedi opportune. Non serve invece costruire luoghi che consentano a Putin una rilegittimazione piena sullo scenario internazionale, come se un aggressore che ha invaso un paese con la forza ignorando ogni regola avesse lo stesso diritto degli altri di stare al tavolo comune. Dopo un sostegno chiaro e continuativo all’Ucraina, ribadito in sede europea e atlantica, sedersi a un tavolo comune con Putin in un organismo politico-operativo renderebbe difficile non solo spiegare la linea italiana ai partner internazionali e all’opinione pubblica, ma anche più complessa la trattativa con l’Ucraina che ne sarebbe certo indebolita. La politica estera non è fatta solo di presenze, ma di messaggi, e i messaggi contano quanto le decisioni formali.

Una scelta giusta

In questo quadro, la scelta di non aderire al Board per Gaza appare come un atto di rigore istituzionale e di coerenza internazionale, non come una chiusura ideologica. Difendere la Costituzione e la credibilità del paese non significa voltare le spalle alla sofferenza, ma evitare che l’emergenza diventi il pretesto per scelte affrettate o ambigue.

L’Italia non si sottrae ai propri doveri umanitari. Continua a sostenere gli aiuti alla popolazione civile attraverso i canali riconosciuti, le agenzie internazionali, il sistema europeo e le iniziative diplomatiche volte a una de-escalation del conflitto. Ma lo fa nel rispetto di un principio non negoziabile: la politica estera non può muoversi fuori dal perimetro costituzionale, né contraddire le posizioni assunte con chiarezza negli anni.

La pace, la ricostruzione e la tutela dei civili si costruiscono rafforzando le istituzioni e mantenendo una linea coerente. E in questo senso, la decisione del governo italiano rappresenta una scelta di responsabilità, non di indifferenza.

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