Giustizia. In attesa della riforma, un episodio che fa capire perché le imprese chiudono e gli investitori scappano

Un Comune “costretto” a respingere la richiesta del tutto regolare di un costruttore edile: meglio interpretare la legge secondo la linea (sbagliata) della procura che rischiare di finire indagati

«La colpa è di voi giudici!»; l’amico architetto non ha dubbi nell’additare le responsabilità. All’inizio mi viene il sospetto che ce l’abbia con me, visto che fino a qualche tempo fa la sua massima ricorrente era «la colpa è dei politici»; ma – posto che i due assiomi non sono incompatibili – quando gli chiedo di spiegarmi, faccio fatica a dargli torto e a difendere la categoria cui sono tornato ad appartenere.

«In quanto capo dell’ufficio tecnico comunale – è il suo racconto –, da anni presiedo la Commissione edilizia del municipio per il quale lavoro. Qualche giorno fa, a fronte di una richiesta di rilascio di permesso a edificare del tutto in regola, rispetto alla quale l’applicazione della legge avrebbe preteso un provvedimento favorevole, ho convinto gli altri componenti della Commissione a rispondere negativamente. Perché? Perché la procura della Repubblica (o meglio, chi in quell’ufficio giudiziario segue le violazioni urbanistiche) ha elaborato per casi come questo una interpretazione contraria al rilascio del permesso. Sono consapevole che è una interpretazione tecnicamente sbagliata, ma sono altrettanto consapevole che se la dovessi contrastare finirei iscritto nel registro degli indagati: poi sarò assolto (è accaduto in ipotesi analoghe), ma intanto verrò sottoposto a indagini, quindi a processo, il mio ordine professionale si chiederà se sospendermi, e comunque dovrò – come è giusto – pagare l’avvocato perché svolga il mandato in mio favore. Né il mio sacrificio gioverà al richiedente, perché se costui inizierà a costruire sulla base del mio permesso subirà il sequestro dell’opera. Per concludere: certo che la Commissione che presiedo arreca un danno al potenziale costruttore, insieme con i colleghi preferisco che costui ricorra al Tar e che il Tar, come sicuramente accadrà, gli dia ragione; a quel punto il mio provvedimento diventerà favorevole perché eseguirà una decisione del giudice amministrativo, e nessuno, neanche la procura della Repubblica, potrà dirci nulla».

È una piccola vicenda rispetto alle multinazionali che scelgono di non venire in Italia, o – se ci sono – di andarsene pur di non avere a che fare con la nostra giustizia e con la nostra burocrazia, con perdita di migliaia di posti di lavoro. Qui il danno in sé non è elevato: per il richiedente si concretizza in un allungamento dei tempi per attendere l’esito del ricorso al giudice amministrativo e nelle spese legali – che comunque costituiscono uno spreco – per curare la relativa procedura.

Proviamo però a moltiplicare la vicenda per dieci, cento, mille: il risultato sarà che quei pochi che, pur in tempo di crisi, hanno risorse per far lavorare un po’ di operai si vedono bloccati, e con essi pezzi importanti di una economia di settore, a causa dell’insistenza su una interpretazione sbagliata, che tutti sanno non sopravviverà nel seguito giudiziario.

Quando, esauriti gli spot e le espressioni di buone intenzioni, si comprenderà qualcosa di più dettagliato dell’annunciata riforma della giustizia del governo, sarà interessante vedere se conterrà strumenti per prevenire o per contrastare prassi così irragionevoli (gli strumenti per provvedervi si possono costruire senza forzature). Dalla risposta – positiva o negativa – dipende la valutazione, positiva o negativa, della riforma.