Referendum e avvocati penalisti: «Scioperiamo perché questa “giustizia” può colpire anche voi»

Intervista al presidente dell’Unione camere penali italiane, Valerio Spigarelli: «È il cittadino a pagare i nodi irrisolti della magistratura e la mancanza di terzietà dei giudici»

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Da ieri gli avvocati dell’Unione camere penali italiani hanno iniziato una settimana di astensione dalle udienze e ieri una giornata di mobilitazione per il referendum sulla giustizia. Lo slogan scelto, “Questa ‘giustizia’ può colpire anche te!”, viene spiegato a tempi.it dal presidente dell’Unione, Valerio Spigarelli (in primo piano nella foto a sinistra).

Perché una settimana di astensione? E perché date il vostro sostegno ai referendum?
È la forma di protesta più incisiva a nostra disposizione. Lo facciamo adesso perché la situazione si sta facendo drammatica e la politica, come al solito, s’accapiglia intorno al solito problema: i processi di Berlusconi. Invece esistono questioni drammatiche, vedi situazione carcere, e questioni irrisolte, vedi norme costituzionali per dirimere i nodi tra il potere giudiziario (che non è la magistratura, perché la magistratura amministra la giustizia) e legislativo, un rapporto irrisolto da molto tempo. Idee di modificare il Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm, un temperamento del principio dell’azione penale, istituire un organo disciplinare fuori dal Csm sono ormai diventate “vecchie” a furia di non essere applicate.

E come mai non si è mai arrivati ad una soluzione legislativa?
Nel corso della prima repubblica ci sono state ben due commissioni su questi temi, la Bozzi e la De Mita, e nella seconda repubblica c’è stata la commissione bicamerale D’Alema, che tra l’altro pensò proprio di introdurre la separazione delle carriere. In tutte queste occasioni, il potere politico ha subìto pressioni fortissime da parte della magistratura. Marco Boato ha raccontato che durante la commissione D’Alema arrivò in Parlamento un fax firmato da sette procuratori della Repubblica che dicevano di non mettere mano alla separazione delle carriere. E così la politica ha sempre finito per cedere.

Secondo la magistratura con tali riforme verrebbe meno la propria indipendenza.
È una palla. È possibile arrivare ad una riforma che preveda di sganciare il rapporto diretto dal Governo. Noi penalisti, per esempio, abbiamo proposto una riforma costituzionale con due Csm divisi, per giudici e pm, che garantirebbero tanto l’autonomia che l’indipendenza. Ma è urgente.

E perché sarebbe tanto urgente?
C’è una norma nel codice di procedura penale che impone di non sottoporre in custodia cautelare qualcuno per farlo confessare. Una norma che sarebbe ovvia, ma che è stata introdotta perché i giudici giustificavano la permanenza in carcere di un imputato solo perché questi aveva usato la facoltà di non rispondere. Ad oggi, malgrado la norma, il 40 per cento dei detenuti è in custodia cautelare. Tutto ciò avviene perché i giudici sono vicini ai pm, perché fanno parte dello stesso corpo professionale. La costituzione nell’articolo 111 dice che il giudice dev’essere terzo e imparziale. Cosa si intende? Per imparziale che un giudice mio parente, ad esempio, non mi possa giudicare. Mentre per “terzo” si intenderebbe un’equidistanza dal pm e dall’avvocato difensore. Ecco, oggi non c’è terzietà. Basta, appunto, guardare i numeri della custodia cautelare.

In che senso?
Il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, all’inaugurazione dell’anno giudiziario di un paio di anni fa ammise pubblicamente che non si poteva negare l’abuso della custodia cautelare e aggiunse il perché: i giudici si fanno carico delle inefficienze del sistema, e applicano il carcere come condanna anticipata. Ma questo è un discorso che un giudice terzo non dovrebbe fare. Dovrebbe valutare imparzialmente accuse e difese, non mettere il cittadino in custodia cautelare, e poi se è innocente si vedrà. Oltre alla separazione delle carriere bisognerebbe pensare a temi diversi, come l’abolizione dell’ergastolo. Ecco perché sosteniamo tutti i quesiti referendari. Anche se, me lo lasci dire, la politica sta reagendo in modo strumentale.

Cioè?
Il responsabile giustizia del Pd, Danilo Leva, si è dichiarato favorevolmente ai quesiti referendari. E così l’associazione Magistratura democratica. Eppure sia Md che il Pd oggi dicono che il referendum non lo votano perché Berlusconi si è schierato a favore dei quesiti. È contro questo modo di ragionare che noi penalisti facciamo l’astensione. Se ci dividiamo non sul problema, ma sul tifo per questo o quello, si fa qualcosa contro l’interesse dei cittadini. Non è giusto.

Si stima che, dal 1988, circa 50 mila persone siano state vittima di ingiusta detenzione e errore giudiziario, e che dal 1991 lo Stato abbia risarcito per circa 600 milioni di euro questi innocenti. Eppure, dal 1988, su 400 cause presentate per la responsabilità civile dei magistrati, solo 4 magistrati sono stati condannati. Com’è possibile e cosa ne pensa?
La somma delle vittime e dei risarcimento è al ribasso. Si tenga conto che per l’ingiusta detenzione non sempre lo Stato concede il risarcimento, anche a fronte di una sentenza di assoluzione totale dell’ex detenuto. Purtroppo, anche la legge attuale sulla responsabilità civile è fatta male: c’è un filtro preliminare alle cause, di cui si occupa ovviamente la magistratura stessa. La legge oggi prevede la responsabilità solo per dolo o colpa grave, cioè solo per gravissimi casi. Restano esclusi ad esempio tutti gli errori di interpretazione delle prove o delle leggi, per cui se anche ci fosse un magistrato che compisse un errore clamoroso, come inventarsi una legge, paradossalmente non avrebbe responsabilità civile. La magistratura associata aggredisce ogni tentativo di modificare questo sistema, ed è per questo che noi vogliamo introdurre anche una nuova legge sulla responsabilità. La magistratura si difende dicendo che la responsabilità civile introdurrebbe una forte pressione sul giudice: ma questo aspetto si potrebbe risolvere prevedendo la richiesta di responsabilità civile solo dopo una sentenza definitiva. Siamo comunque favorevoli a discutere sulle modalità della responsabilità, e accettiamo che non sia diretta. Certo è che la legge attuale, con 4 condanne in 26 anni, dice una sola cosa: o abbiamo i giudici migliori del mondo – cosa che mi pare confutata da tutti gli altri dati – oppure la legge non funziona e va modificata.

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