Il Giubileo dei profughi

Hanno aspettato sei mesi, in un campo di prima accoglienza. Ma non importa. L’essenziale è che i venti ora siano qui.

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Don Luigi Bandera è un prete da conoscere. Pastore di anime e buon samaritano, parola di Dio e aiuto ai poveri. L’ho rivisto di recente. Settantotto anni e sempre animato da una vivacità incredibile. «Non faccio più il parroco in zona Corvetto a Milano. Ora sono il rettore della Casa di Spiritualità di Triuggio, in Brianza».

Ho subito pensato che tredici anni in quella parrocchia avrebbero stroncato chiunque. Un quartiere problematico nella periferia Sud di Milano, balzato alla cronaca l’anno scorso per gli sgomberi delle case popolari. Mi sono detto: «Dopo un periodo del genere, ora avrà un incarico da pensionato…». Niente di più errato. «Da sei anni – mi spiega don Bandera – ospito a Triuggio pezzi di popolo cristiano che hanno bisogno di raccogliersi, riflettere, studiare. Dai ritiri, ai convegni, ai corsi di formazione. Dai gruppi parrocchiali ai quadri delle Acli. E ora – mi dice accalorandosi – sto pensando di rispondere all’invito di papa Francesco e del cardinale Angelo Scola. Voglio accogliere un gruppo di profughi». Ho sgranato gli occhi: «E li metti assieme agli altri ospiti?!». «Ma no – mi risponde ridendo – la casa è molto grande ed è organizzata per accogliere contemporaneamente gruppi diversi. E poi, non intendo gestire io i profughi. Darò in comodato gratuito un settore indipendente della casa ad una cooperativa sociale aderente alla Caritas».

Trascorso un mese dall’incontro, subito dopo l’apertura della Porta Santa in Africa, venti africani “richiedenti asilo” si sono visti aprire la porta della Casa di Triuggio. Sono andato a trovarli: Clement, Prince, Kofi, Eric, Lavieux, Musawudu, ecc. Hanno aspettato sei mesi, in un campo di prima accoglienza. Ma non importa. L’essenziale è che i venti ora siano qui. Venti profughi. Appaiono soli e dall’aria persa. Sono arrivati su barconi in fuga dalla Libia. Il lavoro da muratore, da facchino, in qualche piccolo commercio, come aiutante di un artigiano, c’è stato per anni. E si potevano mandare a casa i soldi per mantenere la famiglia. Ma poi è scoppiata la guerra, una guerra atroce. Rapine, botte, fucili puntati alla tempia. E allora sono dovuti scappare alla bell’e meglio. I soldi rimasti son serviti a pagare gli scafisti. Per l’ennesimo viaggio: ma è meglio l’ignoto dell’Europa piuttosto che morire di fame a casa o ammazzati dove prima c’era il lavoro. È così che si è arrivati a Lampedusa, Trapani e altrove in Sicilia. Hanno salvato la vita e, per il momento, basta.

Poi i mesi in tenda nel campo profughi. Con il caldo d’estate e il freddo dell’imminente inverno. Finamente il lasciapassare per buona condotta, indispensabile per l’accoglienza a Triuggio. Uno spazio proprio. Un tetto vero. Un letto vero. Una doccia. E un piatto caldo. Con in mano un permesso di soggiorno di sei mesi. Ed eccoli qui, i venti. Sedici ghanesi e quattro nigeriani. Taglia dei pantaloni? Al massimo, i più robusti, hanno la quarantasei. Larga. Uno ai piedi ha le ciabatte infradito e addosso una giacca a vento avuta dalla Caritas. Qualcuno gli trova un paio di scarpe. Ma mancano mutande, calzini, guanti, cappelli, qualche capo invernale. Non manca certo la fame. Sorridenti e ordinati in fila per poter mangiare, divorano tutto ciò che vien loro dato. Condito da tanto peperoncino e olio, rigorosamente in piatti unici con un mix di primo, secondo, contorno. Qui a Triuggio inizia a fare freddo ed è scesa la nebbia. Gli operatori della cooperativa stanno organizzando corsi di italiano e di educazione civica; contattano volontari e artigiani per impostare piccoli lavori che riabituino questa gente ad una vita normale. L’integrazione passa da qui. Il riposo è occasione per sdraiarsi a letto sotto le coperte e godersi il caldo e la morbidezza del materasso, mancato per troppo tempo. Nel locale comune, si stringono attorno alla stufa a legna perché, come dicono loro in un inglese stentato: «Qui è freddo e poi non sappiamo cosa ci aspetta per l’inverno». Fuori comincia la prima nebbia. A loro manca il sole e la famiglia. Ogni tanto se ne vede qualcuno, in disparte, cupo. Per ora sono chiusi e non hanno voglia di parlare. Chissà quante ne hanno passate, però. Meglio lasciar da parte la curiosità.

Non è tutto. La Casa è in realtà una grande villa – Villa Sacro Cuore – con trentacinquemila metri quadrati di parco. Si stanno progettando, con l’aiuto di giardinieri volontari, iniziative di manutenzione del verde che si trasformino in un possibile mestiere futuro. È un sogno, per ora. Ma deve diventare realtà. Occorre che imparino un lavoro o recuperino quello che sapevano fare. Vogliono portare su le famiglie. Dicono che indietro non torneranno.

Prima di tornare a Milano, passo a salutare don Bandera e un operatore della cooperativa. Mi raccontano del loro impegno, di tutte le ore e di tutti i giorni. Avverto una passione che mi allarga il cuore, mentre salgo sull’auto per tornare a Milano. Chiamo al cellulare mia moglie. «Dove sei?» mi chiede. «Al Giubileo dei Profughi. Quando arrivo a casa ti racconto tutto».


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