Cento anni fa nasceva Bartali. Ecco come Buzzati raccontava le epiche sfide con Coppi


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Vi proponiamo un articolo di Dino Buzzati apparso sul Corriere della Sera nel 1949: «Si trova qui con noi colui che spegnerà le stelle di Bartali e Coppi?»

Cento anni fa nasceva Gino Bartali (Ponte a Ema, 18 luglio 1914 – Firenze, 5 maggio 2000). Qui vi proponiamo un articolo che Dino Buzzati scrisse nel ’49, anno in cui seguì la gara per il Corriere della Sera (da quei pezzi è tratto un libro, Dino Buzzati al Giro d’Italia, di cui già vi abbiamo parlato). Il Paese era appena uscito dalla Seconda guerra mondiale, la ripartenza era ardua e un evento come il Giro ebbe un effetto unico: dietro a quella corsa s’accodarono le attese di rinascita di tanti tifosi, accomunati da Nord a Sud dall’affetto per Coppi e Bartali, due atleti che offrivano qualcosa di nuovo in cui sperare. Questo è l’articolo con cui lo scrittore bellunese raccontò il 2o maggio 1949 la vigilia vissuta a Palermo per la prima tappa.
Qui, invece, trovate la nostra intervista al figlio Andrea, quando Bartali fu riconosciuto «giusto fra le nazioni».

Tutto è pronto. Tra poche ore, sveglia. È venuto il tempo di partire. Dopo le feste, i suoni, i canti, le bandiere, i commoventi evviva di questi due giorni, Palermo dorme, ma con un occhio solo. Pronte sono le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa del numero è fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le ha abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l’altezza del manubrio. Le biciclette hanno studiato bene, si direbbe hanno imparato tutto quello che c’era da imparare, lo sanno ormai a memoria dopo tante prove, collaudi, controprove. Possibile che si dimentichino sia pure una virgola al momento dell’esame? Pronti gli occulti piani tattici delle scuderie, elaborati fino alla estenuazione dei nervi e dei cervelli. Non c’è ipotesi, contrattempo, sorpresa, agguato della malasorte che non sia stato preveduto: se pioverà, non pioverà, se gli assi attaccheranno a fondo subito, oppure se batteranno la fiacca, se qualche gregario fuggirà, se ci sarà polvere, se farà caldo o freddo e così via. (…)
Pronti i soldati, i centodue corridori (eroi forse domani, oppure sconfitti fantaccini in vergognosa fuga?). Ancora stanotte e poi basta con le fantasticherie. Da domani i loro sonni saranno duri, compatti e neri come catrame per ammucchiare tutto il riposo disponibile, non una minima fessura da cui possa penetrare la luce ingannevole dei sogni. Sono preparati. I muscoli hanno raggiunto la elasticità dovuta. Le prescritte centinaia di calorie sono discese nel loro tubo digerente. Il battito del cuore si è stabilizzato al ritmo che i medici hanno indicato. Ciascuno ha pronti il rettangolo di tela cerata col numero di gara e gli spilli per attaccarselo alla schiena. Ciascuno ha pronte le sue armi segrete che gli altri non dovranno sapere, il talismano con dentro la fotografia dei bambini, la medaglia della Madonna prediletta, il vecchio berretto unto e bisunto ma imbattibile come “menabuono”, le scarpette speciale col tacco fatto in un certo modo, le stesse che gli giovarono, tre anni fa, per una vittoria strepitosa. Con meno fantasia uno ha infilato in un taschino della maglia il tubetto della simpamina, un altro ha l’infuso energetico ideato apposta per lui dal farmacista del paese. (…)

Ma è pronto anche il nemico, più forte e temibile stavolta di tutti gli anni scorsi. Attenti, signori della strada, non fidatevi. Sì, Palermo vi ha abbracciati come figli, per due giorni non avete avuto intorno che applausi, feste, sorrisi di belle ragazze. Subito dietro c’è però l’amaro. A un esercito irto e tenacissimo dovete dare battaglia fin dal primo giorno; e poi dopodomani e il giorno successivo e sempre ve lo troverete sulla via. Vi lancerà addosso i suoi reggimenti che hanno sinistri nomi: chilometri, si chiamano, nuvole e tuoni (ce n’è già in cielo un minaccioso ammassamento), polvere, salite, scirocco, buche, imbastiture. Vi scaricheranno acquate diacce sulla schiena, vi sfiancheranno con massacranti saliscendi, vi getteranno sotto le ruote la perfida ghiaietta. Ed ecco la famigerata bucatura, ecco lo scontro, la caduta, i crampi, i foruncoli, la sete, lo sbaglio di strada, la lombaggine, ecco lo scoraggiamento, la solitudine. C’è perfino, tra le armi proibite del Borbone, la maledetta penalità che brucia, dissolvendo in nulla ore ed ore di epiche fatiche. Così fino in fondo. (…)

La grande impresa si ridurrà a un duello tra i due massimi e proverbiali assi? O dalla schiera dei cadetti uscirà all’improvviso il nuovo nome destinato ad attraversare il mondo? (…) Si trova qui con noi colui che spegnerà le stelle di Bartali e Coppi? Ma il vecchio Pavesi sorride senza dire né si né no. «Vedremo», risponde, «domani vedremo». Il prologo è finito. Si apre la prima pagina del romanzo. Si vede una lunga strada sotto il sole, da una parte e dall’altra due siepi di umanità in delirio e in fondo, che si scorge appena, un cosino scuro che si avanza. Dio, come vola! È un uomo in bicicletta a testa bassa, solo, lanciato alla vittoria. Chi è? Chi è? Un rombo di laggiù si approssima, e l’urlo della folla sembra un tuono. Chi è? Ma non si può rispondere. Troppo lontano è ancora.