«Quante cose ci insegna Giovannino. La sua vita è un dono per noi»

Intervista a padre Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, che ha dato la disponibilità ad accogliere il neonato malato e abbandonato: «Sono felice che non sia stato abortito. Ora però bisogna andare oltre lo slancio emotivo»

«Caro Giovannino, quando questa mattina abbiamo letto la tua storia, così breve ma già così importante, ci è venuto subito nel cuore il desiderio di accoglierti tra noi». Così inizia la lettera che padre Carmine Arice ha scritto sul sito del Cottolengo il 6 novembre, appena letta sulla Stampa la storia del piccolo Giovannino, concepito con fecondazione assistita e abbandonato dai genitori all’ospedale Sant’Anna di Torino perché affetto da una gravissima malattia. «La vita di Giovannino ha un valore infinito e ci insegna uno sguardo diverso su tutte le persone. Sono felice che non sia stato abortito, come purtroppo sempre più spesso accade», spiega a tempi.it il padre generale della Piccola casa della divina provvidenza, fondata da san Giuseppe Benedetto Cottolengo.

Perché avete dato la disponibilità ad accogliere Giovannino?
Perché questo è il carisma del nostro fondatore: la nostra è una casa per chi non ha casa, per chi non ha nessuno. Ovviamente siamo felici se trova una famiglia, ma noi siamo disponibili di averlo con noi sia in via transitoria che definitiva.

Il ginecologo del Sant’Anna, Silvio Viale, ha scritto su Facebook: «Chiunque di noi, potendo conoscere la diagnosi durante la gravidanza, abortirebbe». Lei invece ha scritto che la vita di Giovannino «ha un valore infinito».
Il Vangelo per chi crede, ma anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, afferma che ogni individuo va riconosciuto nella sua dignità. E questa dignità non dipende dalla sua fragilità, ma dal fatto stesso che fa parte della comunità degli esseri umani ed è quindi dotato di un valore ontologico incondizionato. Se una società non si prende cura delle persone sofferenti e fragili è crudele e disumana. Per quanto ci riguarda, poi, seguiamo il dettato evangelico: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Che cosa pensa dell’abbandono di Giovannino da parte dei genitori?
Io non li voglio giudicare, i motivi per cui si fanno certe scelte possono essere mille. Non so neanche se la diagnosi della malattia è stata fatta prima o dopo la nascita. Voglio comunque sottolineare l’atto di coraggio di portare a termine questa gravidanza. Giovannino non è stato abortito, come sempre più spesso avviene in casi simili.

Decine di persone hanno telefonato in ospedale per offrirsi di prendersi cura del neonato.
Me lo lasci dire: questa è una bella Italia, questi sono gli italiani, che stanno manifestando grande solidarietà in tutti i sensi. Questo ci fa capire che l’uomo è ancora sano, nonostante tutto, che sa ancora tirare fuori la parte più bella di sé. Bisogna lavorare su questo e non far sì che sia solo un bello slancio emotivo.

In che senso?
Quando la situazione si sarà normalizzata e Giovannino verrà accolto, da noi o da una famiglia, la vicinanza solidale deve continuare. Io lo vedo con tanti nostri pazienti più o meno gravi: all’inizio tanti si muovono, ma poi l’accompagnamento viene meno nel tempo. Noi di “Giovannini” ne abbiamo accolti tanti nella nostra storia, ora purtroppo ne lasciano nascere sempre di meno. Questo slancio deve continuare nel tempo e questo può avvenire solo riconoscendo che la sua vita è un dono.

Che cosa significa che la vita di Giovannino è un dono?
È un dono innanzitutto per ciascuno di noi, perché dalla vita di Giovannino emerge una antropologia della fragilità. Questo bambino malato ci insegna che l’uomo non è onnipotente, non è eterno ma fragile. Giovannino ci insegna anche uno sguardo diverso su tutte le persone che va oltre le possibili funzionalità. La vita di ognuno ha un valore ontologico.

Lei parla da credente.
Il Vangelo ce lo insegna, certo, ma grazie a Dio anche la storia del pensiero, penso al personalismo, ha scritto pagine magnifiche su questo tema. Pensiamo all’abominio delle leggi razziali che hanno risvegliato la coscienza dell’uomo e hanno portato ad affermare il suo valore al di là delle appartenenze etniche e religiose. Speriamo però che non ci sia sempre bisogno di passare dall’orrore per capire che l’uomo ha una dignità in sé. Ma c’è di più.

Che cosa?
Giovannino ci insegna anche che la sofferenza, quando è accolta, può sprigionare amore. E questo nella nostra Piccola casa della divina provvidenza lo vediamo da 190 anni.

Lo Stato come può favorire l’accoglienza?
Lo Stato deve fare di più. Io sono preoccupato perché vedo che rischia di affermarsi la mentalità secondo la quale non si risponde in modo universalistico alla richiesta di cure, ma solo a partire dalla risorse disponibili. So che le risorse sono limitate, ma non si può partire solo da quelle. Non possiamo abbandonare quelle che papa Francesco chiama le vittime della cultura dello scarto. Non si può con continui tagli alla sanità penalizzare le fasce più fragili della popolazione. Noi dobbiamo creare le condizioni perché tutti possano benedire la vita, soprattutto quando è più debole. Questa è la nostra missione.

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